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sabato 16 gennaio 2010

MUAY THAI, LA BOXE THAILANDESE



Muay Thai è un’arte marziale tradizionale del popolo thailandese, praticata in Thailandia e nel resto del mondo principalmente nella sua versione sportiva (boxe thailandese), e definita impropriamente con il termine anglosassone Thai boxe(o Thai boxing).

Le origini

Le tradizioni della Muay Thai, tramandate oralmente per generazioni, risalgono a circa 1500 anni fa, in un periodo in cui il popolo Thai lottava frequentemente per affermare e difendere la propria unità nazionale.
Molti secoli dopo, i più grandi esperti di combattimento del tempo si riunirono per codificare e annotare in scrittura le tecniche di lotta con e senza armi, che fino a quel momento venivano tramandate solo oralmente. Il più famoso manuale di Muay Thai, noto col nome Chuppasart, risale al 1350 e cambiò il rapporto tra maestro e allievo, fino ad allora pervaso da un’aurea di segretezza e misticismo. L’innovazione più importante del Chuppasart fu la netta separazione tra la lotta a mani nude (Muay Thai) e la lotta armata (con l’uso di spade, lance, bastoni, pugnali) chiamata Krabi Krabong. Infatti, sino ad allora, le arti di guerra Thai prevedevano sia l’uso delle armi, che l’uso delle tecniche a mani nude.


È sotto il regno di Pra Chao Sua (1703-1709), soprannominato il re tigre per la sua abilità e ferocia di combattente, che la Muay Thai raggiunse l’apice della popolarità. Divenne lo sport preferito dal popolo in un periodo di pace in cui davvero tutti, giovani e adulti, avevano la possibilità di frequentare i campi d’allenamento. Ogni incontro, organizzato dal villaggio che possedeva i propri campioni locali, era un’occasione per scommettere. Tale tradizione è rimasta immutata, ma non le regole dei combattimenti, che a quell’epoca erano durissimi.
Non venivano usati i classici guantoni che possiamo vedere negli incontri odierni di Muay Thai, piuttosto che di pugilato. Infatti i due lottatori, erano soliti bendarsi le mani con corde che, qualche volta in alcuni combattimenti rituali, venivano impregnate con della resina, su cui venivano appiccicati frammenti di vetro.
Inoltre non esistevano le categorie di peso, i rounds con i relativi limiti di tempo, il ring (si combatteva sulla nuda terra), e l’incontro si concludeva fino al fuori combattimento o all’abbandono di uno dei due atleti.
In Thailandia, la Muay Thai fu disciplina scolastica fino al 1920, ma poi venne bandita dalle scuole per l’alto numero di incidenti che si verificavano durante gli allenamenti a causa del mancato uso di protezioni.
Nel 1930 si ebbe la svolta. In quell’anno il governo intervenne obbligando le varie associazioni regionali ad adottare regolamenti simili a quelli del pugilato occidentale, introducendo l’uso del ring, dei guantoni e delle categorie di peso. Con i nuovi regolamenti, ovviamente i colpi letali non vennero più utilizzati ma rimasero nella versione militare della Muay Thai, insegnata all’esercito reale.
È a partire dagli anni ’80 che la Boxe Thailandese-Muay Thai ha iniziato a diffondersi nel mondo, riscuotendo un ottimo successo tra i vari sport da combattimento.

Il significato del rito

Storicamente, i rituali della Muay Thai hanno origini antichissime e sono pervasi da un sentimento prettamente religioso che si collega sia a credenze buddiste che animiste. Questo aspetto è importante per capire come la cultura thai sia ancor oggi legata alla convinzione dell’esistenza di forze spirituali. Innanzitutto lo si può constatare dagli amuleti portafortuna che il thai boxer possiede e da cui trova forza nel momento in cui deve affrontare un incontro: il Mongkon(corona) e il Kruang Ruang (bracciale).
Il primo, posto dal maestro intorno alla fronte del pugile, è un ovale di corde intrecciate (oggi è un ovale in plastica rivestito di stoffa), è un oggetto sacro, e viene indossato prima dell’incontro, durante la danza propiziatoria che poi vedremo più in dettaglio. La credenza è che il Mongkon abbia il potere di preservare il pugile da ferite gravi durante il combattimento, scacciando via gli spiriti cattivi.
Il secondo, invece, non è utilizzato da tutti i combattenti, ma è personale. Legato all’attaccatura del bicipite, viene dato al thai boxer prima di iniziare la sua carriera pugilistica in uno dei tanti campi d’allenamento di cui è popolata la Thailandia. Infatti c’è un periodo di circa sei mesi, in cui l’atleta si forma spiritualmente, e nella cerimonia finale che precede l’entrata al campo, il bracciale viene benedetto dai monaci, divenendo un potente talismano. È facile notare come questi amuleti siano strettamente legati alla cultura tailandese e all’agonismo, ed è quindi raro vederli indosso a pugili occidentali. Per quanto riguarda il discorso dei gradi tecnici, questi in Thailandia vengono usati solo per evidenziare la preparazione nella Muay Boran (la versione marziale da cui trae origine la Thai Boxe), mentre per la Muay Thai atleti e insegnanti vengono classificati esclusivamente in base ai loro meriti e al valore delle loro prestazioni. Nel resto del mondo, invece, i gradi per allievi e istruttori vengono assegnati e rappresentati dal Prajaet, un bracciale posto anch’esso, come ilKruang Ruang, all’attacccatura del bicipite.
Per passare di grado è necessario effettuare degli esami, spesso a livello regionale o nazionale.

Il rituale del combattimento

L’esecuzione di questo rituale avviene prima dell’incontro vero e proprio e segue il ritmo di una musica. È un insegnamento che avviene chiaramente in un contesto diverso dalla cultura tailandese, all’infuori di una determinata credenza religiosa, e ha come finalità la conoscenza fine a se stessa.
La prima parte del cerimoniale, considerata la più importante dal pugile thai, si chiama Wai Khruu, che significa omaggio al maestro. Il pugile ringrazia il maestro per gli insegnamenti trasmessi e si protegge dagli spiriti negativi, dandosi coraggio e sicurezza.
La seconda parte, invece, consiste in una serie di movimenti aggraziati, sempre con finalità propiziatorie, e rappresenta il campo d’allenamento d’origine (ogni campo esegue una propria Ram Muay). Veniva eseguita nel passato, quando i combattimenti non avevano regole e venivano fatti sulla nuda terra, per appunto testare se il suolo presentava buche, sassi o altri impedimenti che potessero ostacolare l’andamento dell’incontro. L’esercizio a ritmo musica ritmata e di sottofondo (i cui strumenti sono generalmente fiati e percussioni), ha però lo scopo ben preciso di scandire i movimenti, per poi sferrare un attacco o difendersi da qualche colpo.
Un altro aspetto importante è il saluto, come forma di rispetto e disciplina. All’inizio dell’allenamento viene praticato un saluto collettivo, disposti di fronte all’allenatore e divisi in tre file: nelle prime linee i gradi più elevati e via via fino ai livelli più bassi.
Pronunciando le parole “Sawaddi Krap”, si giungono le mani davanti al viso, in alto e vicino alla fronte, come nel classico saluto buddista. Il saluto si pratica individualmente ogni volta che ci si accinge ad eseguire un esercizio con il proprio compagno o si rivolge la parola al maestro, e ancora collettivamente alla fine dell’allenamento.



La pratica e le tecniche

In Thailandia, il Thai boxer professionista combatte con un paio di calzoncini sopra il ginocchio con scritte in caratteri tailandesi, senza nessuna protezione (eccetto i guantoni, i bendaggi sulle mani per tenere saldi i polsi, il paradenti e la conchiglia per proteggere i genitali).

In Thailandia, il Thai boxer professionista combatte con un paio di calzoncini sopra il ginocchio con scritte in caratteri tailandesi, senza nessuna protezione (eccetto i guantoni, i bendaggi sulle mani per tenere saldi i polsi, il paradenti e la conchiglia per proteggere i genitali).

In occidente, invece, oltre all’uso dei pantaloncini e di una maglietta giro manica, identica per tutti, che ritrae il logo della federazione, si fa uso di protezioni aggiuntive per evitare gravi ferite soprattutto durante lo sparring (combattimento d’allenamento).

Le principali protezioni sono:

  • i paratibie, che proteggono le tibie e il collo del piede
  • il caschetto, per la testa
  • il corpetto, che protegge tutto il busto
  • i paradenti.

Gli allenamenti sono comunque calibrati a partire dalle potenzialità fisiche del praticante e le protezioni hanno il solo scopo di scongiurare spiacevoli incidenti.

La lezione inizia con un riscaldamento fisico iniziale, per proseguire con la pratica di memorizzazione ed esecuzione delle tecniche, la combinazione di queste ultime applicate insieme all’avversario e il potenziamento muscolare degli attacchi e delle difese.
Il potenziamento delle varie tecniche di pugno, calcio, gomito ecc.. si effettua grazie all’utilizzo dei colpitori (sacco pesante, pao) attrezzi che servono per sviluppare potenza e velocità.
Infine lo shadow boxing, o boxe a vuoto, dove gli esercizi vengono eseguiti nel vuoto per aumentare la resistenza, velocità e forma delle tecniche, di modo che queste ultime divengano, con la ripetizione, automatiche.
Una peculiarità della Boxe Thailandese è, oltre al condizionamento muscolare, il condizionamento osseo, cioè l’indurimento delle parti del corpo (ginocchia, gomiti, ma soprattutto tibie) che sono così preparate alle forti sollecitazioni a cui vengono sottoposte durante l’esecuzione di parate e attacchi. Il continuo colpire una superficie, per esempio con la tibia, rende quest’ultima più resistente, forte e insensibile all’impatto.

Evoluzione della Muay Thai moderna

Sviluppatasi in Francia e Olanda, la Muay Thai ha avuto sempre la reputazione di uno sport da combattimento violento, praticato da gente pronta a tutto e ben disposta a combattere per portare a casa un compenso adeguato. Questo pregiudizio è stato alimentato senza approfondire gli aspetti marziali e filosofici di quest’arte marziale, divenuta in seguito lo sport da combattimento che tutti conosciamo: per questa finalità infatti, venne semplificato, modificato e reso meno cruento per un uso più immediato sul ring.
Nel 1992, per iniziativa del governo tailandese, venne organizzato a Bangkok il primo corso per istruttori di Muay Thai non tailandesi (“Farang”). L’idea era che gli atleti occidentali potessero cominciare ad apprendere il background culturale e tecnico di quest’arte marziale, intesa non solo come sport, in cui potessero emergere i valori del rispetto per il proprio insegnante, dell’onore e del sacrificio.
Un altro passo importante viene fatto nel 1998 quando, per opera del ministero tailandese della pubblica istruzione, venne riorganizzato e reso fruibile da tutti gli appassionati il patrimonio marziale dell’antico regno del Siam con il nome di Muay Boran (lotta tradizionale), considerata dal governo tailandese patrimonio e tesoro culturale.
La codificazione in programmi organici e molto dettagliati della Muay-Thai-Boran ha permesso di ampliare il bagaglio di tecniche e i metodi di allenamento utili soprattutto per il combattimento marziale e, per estensione, per la difesa personale in un contesto odierno. Infatti i programmi tecnici sono basati sia sulle tecniche tradizionali che sulle innovazioni metodologiche più recenti e ordinati in ordine crescente per difficoltà ed efficacia.

Riferimenti Bibliografici:

  • De Cesaris, M., Boxe Thailandese. Muay Thai, Roma, Edizioni Mediterranee.
  • De Cesaris, M., Lezioni di Muay Thai. Thai Boxing, Milano, De Vecchi Editore.
  • De Cesaris, M., Le organizzazioni internazionali che curano la Muay Thai nel mondo: un’analisi dettagliata, su artimarziali.org
Foto tratte da:
www.thai-blogs.com

venerdì 15 gennaio 2010

L BUNKAI NEL KARATE SHOTOKAN



Il termine bunkai nell’originale scrittura giapponese è formato da due cangi (ideogrammi): il primo significa “parte di qualcosa”, il secondo indica l’azione di “slegare, liberare o sciogliere”. Nella sua interezza bunkai vuol dunque dire scomporre, smontare, dissociare e più in generale ridurre qualcosa di complesso alle sue componenti fondamentali. Nel karate la parola bunkai è generalmente usata per indicare l’applicazione pratica di un kata. Anche intuitivamente è facile capire quale stretto legame unisca le due cose, non è infatti possibile parlare del bunkai senza parlare del kata, tanto evidentemente la pratica del primo è legata alla conoscenza del secondo, in un certo senso si può dire che il bunkai si colloca vicino all’estremo finale di un ideale percorso di apprendimento di cui il kata rappresenta il principio. È questa una via complessa, costituita da molti livelli, strati di esperienza e progressione tecnica che si sommano lentamente nel corso degli anni, fino a formare una base solida necessaria per poter andare oltre.

Ogni tappa è ugualmente imprescindibile ai fini del processo formativo ed è quindi importante impiegare tutto il tempo necessario e non trascurare alcun aspetto di questo iter.

A volte può succedere, nella vita come nello sport o nell’arte, che un percorso si evolva seguendo una traiettoria circolare che porta a far coincidere inizio e fine. Quasi a disegnare un cerchio, figura geometrica perfetta per eccellenza. Dunque è possibile che dovendo imparare un nuovo kata si cominci proprio smontandone la sequenza, dividendola in piccole parti per poterla più facilmente studiare e memorizzare. Si parte analizzando in dettaglio le tecniche sconosciute, per arrivare a familiarizzare con la traiettoria degli attacchi e delle parate, il succedersi degli spostamenti e le dinamiche del corpo. Seguono, poi, le fasi che costituiscono o accompagnano tutti i primi periodi di studio di un kata: provare piano, unire le varie parti, provare ancora, provare con più forza, guardare il kata eseguito da chi ha più esperienza e scoprirlo già un po’ diverso; provare ancora, imparare a memoria l’embusen (tracciato degli spostamenti) senza quasi rendersene conto; provare forte, cercare di capire e ricordare il ritmo secondo cui si concatenano le tecniche, contrazione e decontrazione, lentezza e velocità e poi confondersi e provare ancora e ancora.

“Purity is something that cannot be attained except by piling effort upon effort”

Imparare a memoria la sequenza è forse la parte più semplice ed insieme il livello più elementare nello studio di un kata. Sarà da questa struttura primaria, quasi una fragile ossatura che si potrà iniziare o, se si preferisce, continuare un lungo e paziente lavoro di costruzione della forma e di ciò che in essa è contenuto. Rafforzando le ossa, costruendovi attorno i muscoli e i tendini, crescendo pazientemente i polmoni, vene a arterie e cuore. Sia in senso reale che metaforico. Molta parte di questo lavoro è fatto di ripetizione: pensare di fare un movimento non equivale a farlo realmente; farlo qualche volta non equivale a ripeterlo centinaia di volte. Bisogna ripetere un kata molte volte e molte altre ancora per raggiungere una certa padronanza e per poterlo quindi eseguire in una maniera che è più fisica che istintiva. Con una facilità che si raggiunge solo attraverso la reiterazione continua del gesto atletico e che porta infine alla completa metabolizzazione della sequenza da parte della mente ma, più di tutto, da parte del corpo. A questo livello è possibile eseguire il kata senza pensare alla successione dei movimenti, senza dover ragionare su cosa viene dopo e da questo livello ci si può concentrare maggiormente sulla tecnica.

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A volte è sufficiente il variare di anche una sola componente nell’esecuzione della tecnica per squilibrare l’azione e costringere a riesaminare tutto l'operato, quando si lavora per migliorare caratteristiche quali ad esempio potenza, scatto e velocità ci si rende subito conto di come la struttura formale, tanto faticosamente costruita, vacilli sotto il peso di nuove difficoltà. Eppure alzare costantemente il livello del propri obiettivi è indispensabile se si vuole avanzare lungo la strada intrapresa. Questo tipo di ricerca è affine e parallela rispetto alla ricerca di una perfezione formale e, forse è superfluo aggiungerlo, ugualmente importante. Il valore di una tecnica esteticamente pregevole ma vuota di forza e consistenza è poca cosa rispetto ai reali obiettivi che ci si pone praticando un’arte marziale. Per questo motivo è necessario mettersi alla prova sinceramente rifiutando la comodità così come l’opacità della routine. Di volta in volta disgregare l’immagine di correttezza esteriore in favore di potenza, velocità ed efficacia o viceversa e poi reintegrare tutto in una continua ricerca di miglioramento. Anche in questo caso è necessario guardare con sincerità e spirito critico il lavoro svolto e i risultati raggiunti, correggersi se necessario e, a volte, cominciare da capo nonostante la fatica che ciò comporta.

Raggiungere un buon livello di padronanza del kata significa conoscerne e soprattutto capirne il ritmo. La dinamica secondo cui si susseguono le tecniche e l’uso del tempo, caratterizzato da pause ed accelerazioni, movimenti lenti e combinazioni veloci hanno un preciso significato, non sempre di facile interpretazione.
Una prima basilare forma di bunkai consiste nell’eseguire il kata cercando di visualizzare l’avversario o gli avversari da cui ci si deve difendere e poi contrattaccare quando si eseguono le varie tecniche. Questo tipo di esercizio non è semplice; nell’esecuzione del kata doti fisiche, abilità tecnica e soprattutto la capacità di concentrazione sono già sollecitate ai massimi livelli, aggiungere un altro elemento stressante costituisce sempre un problema ma, come sempre, anche l’unico modo per migliorarsi. Un escamotage per facilitare questo compito può essere quello di studiare il kataeseguendolo avversario per avversario, dividendolo cioè in microcombinazioni in cui una piccola pausa separa le tecniche dedicate ai vari attaccanti.

“Tra le trappole del valore, la più diffusa e perniciosa è la rigidità, cioè l’incapacità di cambiare il valore dei dati per rimanere fedeli a valori prestabiliti. Nella manutenzione della motocicletta devi riscoprire volta per volta quello che fai”.

Eseguire per la prima volta un kata con avversari reali può rivelarsi esperienza sgradevole e frustrante destinata a rimanere tale per lungo tempo. Questo tipo di allenamento mette a nudo impietosamente le proprie manchevolezze di qualsiasi tipo esse siano. Prima fra tutte l’inefficacia delle tecniche stesse. Movimenti ripetuti migliaia di volta diventano pietosamente incerti: non si riesce più ad eseguire correttamente la sequenza ma non solo, a volte, addirittura a ricordarsela; parate e attacchi risultano così poco reali e l’impressione generale che ne consegue è di profonda inadeguatezza. Ma questa dolorosa sperimentazione serve sempre e comunque, se non altro a porsi delle domande. Ancora una volta, come spesso è accaduto nell’accezione più alta del termine "arte", cambiando alcuni parametri si sono sconvolti equilibri faticosamente guadagnati. In alcuni casi il problema può nascere dal fatto di non aver ancora raggiunto un livello tecnico sufficientemente alto per affrontare questo tipo di prova, ma in generale è possibile che il problema sia fondamentalmente diverso. L’allenamento a cui ci si sottopone così a lungo ed intensamente è altamente specializzante e la struttura sia tecnica che mentale che ci si costruisce è speso così compatta e rigida da escludere necessariamente tutto ciò che devia anche leggermente. Quando ci si trova in una situazione diversa e l’orizzonte mentale in cui si è abituati a muoversi e a vedersi è dissimile e può capitare di rimanere bloccati, incapaci di adattarsi alle nuove coordinate spaziali. L’interazione con l’attaccante va a modificare il ferreo ordinamento delle tecniche all’interno di un tipo di pratica che non prevede avversari reali. Il tempo e il ritmo non sono più una sfida univoca alle personali capacità, la distanza con l’attaccante acquista un’importanza di particolare spessore rispetto a prima. La capacità di destreggiarsi fra queste variabili restando fedeli al kata non è il tipo di abilità che si può acquisire nel giro di pochi giorni. Così come avviene per il kata anche nel caso del bunkai è necessario seguire una progressione graduale che consenta di migliorare costantemente fino a raggiungere la piena padronanza delle tecniche del kata, anche e soprattutto all’interno di un contesto completamente diverso.

“Kata is one thing, engaging in a real fight is another”

Un altro tipo di lavoro molto utile per crescere sia tecnicamente che tatticamente e contemporaneamente per allargare e rendere più elastici gli schemi mentali che ci si è costruiti nel corso del tempo è rappresentato dal bunkai del kion. Solitamente in questo tipo di allenamento la sequenza di tecniche presa in esame è decisamente più breve e perciò meno complessa, questo in un certo senso facilita il compito e permette di affrontare ogni passaggio con maggiore concentrazione. Anche in questo caso, nella fase iniziale, riesce difficile svincolarsi dall’abitudine a interpretare la tecnica nell’unico modo che si percepisce come corretto, assorbito durante anni di allenamento. Così di volta in volta si introdurranno delle piccole variazioni, si eseguirà la tecnica o la sequenza di tecniche a partire da una situazione in movimento oppure si studierà come usare una “finta” o come guadagnare spazio negli spostamenti. Soprattutto si imparerà a gestire tempo e ritmo di uno scontro seppure breve con l’avversario, preludio ed accompagnamento dell’allenamento di kumite.

“Se non si pensa che si è in procinto di colpire, se non si permette che nascano pregiudizi o riflessioni, se, nell’istante preciso in cui si vede la spada che oscilla, questa visione non invaderà totalmente la mente, si potrà intervenire nell’azione dell’avversario strappandogli la spada”.

L’allenamento per il bunkai è strettamente legato al concetto di prontezza, sia fisica che mentale. Ovvero, essere preparati a reagire in qualsiasi situazione, anche la più spiazzante. Essere pronti a muoversi nello spazio in qualsiasi direzione, retrocedendo o avanzando a seconda dei casi, trasformando una parata in attacco o viceversa. Riuscire a reagire in maniera istintiva e quindi velocissima, grazie al sapere e all’esperienza accumulate durante gli allenamenti. Essere decisi a reagire in qualche modo e avere la capacità di farlo. Saper fare quello che è corretto ma anche il suo contrario. Essere sempre pronti.

Fonti tratte da:

  • Italo Calvino “Lezioni americane”, Oscar Mondadori
  • Takuan Soho “La mente immutabile. Scritti di un maestro zen a un maestro di spada”, Luni Editore
  • Robert M. Pirsig “Lo Zen e l’Arte della manutenzione della motocicletta”, Adelphi
  • Si ringrazia Paola Bertuzzi, praticante 3° Dan di karate shotokan, per il prezioso materiale fornito.

Per le fotografie si ringrazia la disponibilità della squadra vincitrice dai campionati italiani di kata FIKTA (2004 e 2006): Fabio Cattaneo, Fabio Fugazza e Vittorio Lazzaroni.

giovedì 14 gennaio 2010

SHUAI JIAO E BOKE, LO SPIRITO DELLA LOTTA

Le origini
Lo Shuai Jiao è un metodo tradizionale di lotta cinese progenitore dello judo. Arte nata in Cina circa cinquemila anni fa comprendente la lotta corpo a corpo e le proiezioni, si basa sui principi presenti in quasi tutte le tecniche di combattimento, ossia agilità, scioltezza, coordinazione, equilibrio e forza. Tuttavia i gesti atletici devono essere espressi in maniera armoniosa e il praticante deve possedere un profondo rispetto dell’avversario in modo da non causargli ferite.

L’elegante spettacolarità dello Shuai Jiao
Caratterizzato da grande fluidità dei movimenti, questa arte marziale è alla continua ricerca di morbidezza e sensibilità senza tralasciare efficacia e completezza del combattimento.
Nelle competizioni viene fortemente penalizzata una tecnica di presa statica ed è impossibile utilizzare la lotta a terra. Per questo gli atleti allenano strategie di squilibrio e inganno dell’avversario, simulando una tecnica per poi portarne un’altra decisiva. Il ritmo degli incontri è piuttosto veloce e variegato da spettacolari proiezioni.

Boke
A differenza dello Shuai Jiao, le origini del Boke risalgono all’XI secolo. L’originalità e la caratteristica bellezza di questa arte che esprime la tradizione e il carattere del popolo mongolo, è oggi praticata e seguita anche dai cinesi.

Boke:
il costume
tradizionale

Stivali in cuoio, molto robusti

Pantaloni ampi, infilati negli stivali e legati in vita con una corda

Copripantaloni decorativi, legati con cordicelle

Drappo colorato, posto intorno alla vita

Fibbia, rivestita di borchie e decorata con placche di metallo incise e colorate

Giacca di cuoio spesso

Boke:
il torneo

Su terra battuta, ampia area di gara

Cerimonia iniziale, scambio simbolico di una piccola sciarpa bianca che viene messa intorno al collo del capo squadra rivale in segno di rispetto e lealtà

Ingresso dei lottatori, con danze tradizionali e saluto fra gli avversari (pugno chiuso e mano aperta)

È tutto nell’abilità del lottatore, non esistono divisioni di peso o limiti di tempo: il primo che tocca il suolo viene definitivamente eliminato

Anche le donne, combattono tra di loro

Premiazioni, sia per chi perde (con oggetti tradizionali tipo coltelli decorati) che per chi vince (al terzo classificato un bue, al secondo un cavallo e al primo un cammello)

Dove praticare in Italia

È possibile rivolgersi all’Asi, Associazione Shuai Jiao Italia, per informazioni relative ai corsi tenuti dagli allievi italiani del Maestro Yuan Zumou,www.shouboitalia.it
Ogni due anni, si svolge a Parigi il torneo internazionale di Shuai Jiao: evento unico a cui partecipano delegazioni di lottatori mongoli, sgargianti nei loro costumi tradizionali.
Il Maestro Yuan Zumou, responsabile europeo, insegna, all’interno delle associazioni, le tecniche della Lotta Cinese Tradizionale, del combattimento a mani nude e del Tai Chi Chuan.
Portatrici di valori forti, umanitari e fondamentali, nate da una tra le più belle e antiche culture del mondo, le arti marziali rispondono ora a numerosi bisogni in materia di educazione e promozione sportiva, soprattutto in quei quartieri e città particolarmente sensibili. Questa disciplina semplice, formativa e poco costosa è aperta a tutti.


Si ringrazia per le fonti e le immagini di allievi e maestri:

Fonte: Lidia Katia Manzo

mercoledì 13 gennaio 2010

BHARAT NATYAM LA DANZA SACRA INDIANA DA GUERRA



La danza indiana presta all’essere umano, più di ogni altra espressione artistica dell’India, la preziosa apparenza della divinità. Bharata Natyam, dalle sillabe Bha, da Bhava lo stato d'animo, ra da raga, tada tala e Natyam combinazione fra danza e mimo, è lo stile di danza classica indiana più conosciuto.

Le origini
Il bharat-natyam è la forma più antica delle danze classiche indiane. Ha avuto origine nell’India meridionale e lo praticavano le danzatrici dei templi chiamate devadasi (serve di dio). Da loro deriva il primo nome che la danza ha avuto: dasi attam, altrimenti chiamata Sadir kacheri.
Bharata Natyam, come altri stili di danza classica indiana, possiede una particolarità: oltre a nrtta, cioè l'aspetto di danza pura, possiedenatya, qualcosa che potrebbe ricordare la pantomima. Il danzatore si trasforma in attore per raccontare storie. Questa sorta di mimo viene chiamata Abhinaya. Nell'antico testo Abhinaya Darpana (XIII secolo), si trovano descritte tutte le possibilità di espressione delle varie parti del corpo, dai muscoli del viso a quelli delle mani: nove movimenti possibili sono attribuiti alle pupille e alle palpebre; le sopraciglia invece devono saper giocare con sette movimenti, il collo con sei; per le mani sono state codificate ventiquattro posizioni per la mano singola e tredici per le mani in coppia (hasta mudra).

La pratica
Il primo livello di lavoro è quello fisico, come nella danza o nelle arti marziali; qui troviamo una analogia con l’arte da combattimento indiana Kalari Payat in cui la posizione di base con le ginocchia piegate è la stessa della danza. L’energia è concentrata nell’ombelico, la schiena deve essere diritta e il peso egualmente distribuito. Ogni movimento del danzatore è finalizzato alla ricerca dell’equilibrio e si divide in triangoli. Il triangolo è, infatti, considerato alla base dell’energiakundalini che risiede nella zona del perineo e viene rappresentata nel chakra muladhara con la forma di un triangolo.

In uno spettacolo di Bharata Natyam vengono danzati brani tratti dalla letteratura epica e dalla mitologia religiosa. La lingua del canto è il sanscrito, a volte il tamil. Oggi vengono scritte liriche anche in hindi. Il costume della danzatrice e i suoi ornamenti costituiscono un vero e proprio linguaggio: i suoi orecchini ricordano infatti il gopuram del tempio e nei capelli porta i simboli del Sole e della Luna. Sulla nuca si riconosce la tipica acconciatura di gelsomini che termina con una cascata di fiori lungo la treccia. Le mani e i piedi vengono dipinti con una sostanza (alta) che ne evidenzia i movimenti. I bracciali di sonagli alle caviglie, le cosiddette cavigliere, sottolineano il ritmo, marcato a piedi nudi.

I cinque stili classici
Ciascuno dei cinque stili classici della danza indiana, bharat-natyam, kathakali, kathak,


manipuri e molini-attam, comprende due parti (margi e desi), tre forme (nrtta, natya e nrtya), due aspetti (tandawa e lasyan) e quattro guide (abhinayas: angina, vacika, aharya e sattvika).
La musica, come la danza, è divisa in due parti, ognuna con delle regole proprie: margi è eseguita per gli dei, mentre desi è destinata ai mortali.

Il nrtta è il tema, sprovvisto tuttavia di caratteri descrittivi. Presenta pochi gesti delle mani e un lavoro incessante dei piedi. Il natyaè la danza-dramma nel suo aspetto più completo, che utilizza tutte le risorse della tecnica. Il canto occupa un posto importante; ilnrtya consiste in canti che il danzatore interpreta con la danza, con movimenti dolci accompagnati da una musica melodiosa.
Le quattro guide sono le regole che accompagnano i vari aspetti della danza:l’angika abhinaya (gesti estetici) regolamenta la postura e i movimenti; il vasika abhinaya la pronuncia, l’accento e il ritmo; l’aharya abhinaya si occupa del costume e delle decorazioni; il sattvika abhinaya cataloga le rappresentazioni delle otto condizioni psichiche che si traducono con: immobilità, sudore, eccitazione, tremore, cambiamento di colore, cambiamento di voce, piani o svenimento.

Le regole del bharat-natyam
Il bharat-natyam è un’arte difficile. Ciò che appare fluido, aggraziato, facile, esige un allenamento costante e una ripetizione quotidiana di ciascun movimento. La forma della disciplina è alquanto rigida e prevede:
• Saustavanga: simmetria perfetta del corpo.
• Tryasra: le dita dei piedi dirette leggermente verso l’esterno.
• Grazia delle braccia, movimenti laterali delle mani che gli occhi devono sempre seguire (pratica comune a tutte le danze indiane).
• Passo fermo e deciso; la distanza tra i due piedi, quando uno è sollevato, non deve superare gli otto centimetri.
• Salti e pose semiaccosciate, giri rapidi, passi sulla punta dei piedi o sui talloni, movimenti di spalle e pugni.

Molti occidentali si stanno aprendo a questa arte, realizzando ottimi risultati. Anche lo scambio con le arti marziali è interessante, in quanto il lavoro sull’energia è comune all’arte indiana da cui sono anticamente derivate molte arti da combattimento cinesi e giapponesi.

Bibliografia:

Foto:

  • Ujwal Mukund Bhole, uno dei maggiori maestri indiani di Bharata Natyam

martedì 12 gennaio 2010

IL BAJUTSU, L'ARTE DELL'EQUITAZIONE MILITARE GIAPPONESE


Il bajutsu è l'arte dell'equitazione militare che, assieme al ken jutsu ed al kyu jutsu , era alla base dell'addestramento marziale di ogni samurai. Conosciuta anche come jobajutsu , quando si riferiva alla terraferma, e suieijutsu o subajutsu per l’attraversamento di distese d’acqua, ha rappresentato per secoli il segno dell’effettivo dominio miliare e politico del samurai giapponese.

Le origini

L’arte equestre risale ai primi secoli dell’età feudale nipponica. Anche in Giappone, così come in Occidente, il cavallo fu utilizzato come compagno in battaglia e divenne uno degli elementi distintivi del bushi. La stessa residenza del cavaliere comprendeva le scuderie e i campi per l’addestramento dei formidabili combattenti.

La pratica

L’avanzata del bushi a cavallo verso le linee nemiche si attuava secondo percorsi irregolari di convergenza, per togliersi dal bersaglio dei colpi nemici. Durante tutto il percorso, il cavaliere scagliava frecce a ripetizione e, solo raggiunta una distanza ravvicinata,utilizzava la lancia o la spada lunga. L’addestramento doveva, quindi, puntare a raggiungere un’abilità di cavalcata tale da garantire la piena mobilità e la perfetta esecuzione delle strategie belliche. Anche il destriero doveva essere in sintonia con la personalità del suo padrone, al punto da agire in sincronia coi suoi movimenti, ritraendosi o impennandosi all’occorrenza. Il perfetto cavaliere doveva, inoltre, saper cavalcare a lungo senza stancarsi, percorrere ogni tipo di terreno ed attraversare fiumi o corsi d'acqua.

Le tecniche

  • Si monta a cavallo da destra, gettando il peso sul calcagno e non in avanti
  • Le redini si tengono con entrambe le mani fino a quando non si deve combattere
  • Durante lo scontro, le redini si fissano vicino alla corazza, le mani sono libere e il corpo asseconda i movimenti sostenendosi al cavallo solo con la forza delle gambe
Equipaggiamento del cavaliere
Uma-yoroiArmatura da cavallo
HoroCappa
Sune-AteSchinieri (protezione per le gambe)
HaidateCosciali
MuchiFrustino flessibile
Equipaggiamento del cavallo
KutsuwaMorsi, briglie
Kangama-itaParaguance
HanagawaCinghie per il naso
Kutsu-wazaraRedini
Atsu-busaNappe
Kura-no-bajuSella con accessori
HarubiSottopancia
Abumi, battoStaffe

La pratica del bajutsu fu abbandonata attorno al 1600 a causa dell’uso limitato dei cavalli per via del loro costo proibitivo legato all’allevamento e al mantenimento. Lo stesso territorio ricco di paludi, isole, campi di riso, colline e rilievi, si rendeva poco adatto all’utilizzo di enormi masse di cavalieri, al contrario di quanto accadeva nelle immense pianure dell’Asia centrale. Inoltre, la relativa tranquillità del periodo Tokugawa e l’assenza di guerre ridussero l’equitazione militare ad una funzione limitata per lo più alle cerimonie, agli eventi emozionanti come la festa Yabusame o ai cortei ufficiali dei governatori delle province.

L’equitazione militare ebbe un effetto importante sulle arti marziali giapponesi,
perché si legò a loro in un rapporto strategico.

Le arti dell’arco, della lancia e della spada,
ma anche le arti di combattimento a mano nuda
furono tutte influenzate nella loro tecnica di esecuzione
anche per assicurare un migliore uso ai guerrieri a cavallo.


Fonti tratte da:

Trattato di Hitomi Sensai Munetsugu, 1613 Ratti - Westbrook, “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee www.kobukan.it

Immagini tratte da:

Yoshitoshi, 1885 - Publisher: Akiyama Buemon, www.japaneseprints.net www.yoseikan.asso.fr


Tratto da: benessere.com

lunedì 11 gennaio 2010

SUIEI JUTSU - ARTE NUOTO IN ARMATURA


Per un popolo isolano come i giapponesi il nuoto è sempre stato un’attività naturale e necessaria. Ancora oggi i pescatori ed i sommozzatori nipponici e soprattutto le pescatrici di perle sono famosi in tutto il mondo per la loro abilità in acqua. Nell’epoca feudale questa capacità divenne per il bushi una naturale evoluzione delle tecniche marziali da combattimento. Arte complementare giapponese, il Suiei sutsu rappresenta la disciplina dell’acquaticità, del saper nuotare o attraversare corsi d'acqua indossando un’armatura. L'esercizio del Suiei jutsu costituiva quindi una ulteriore occupazione del guerriero bushi.

Le origini

La particolare specificità del territorio giapponese, continuamente percorso da torrenti, fiumi e laghi, nonché le moltissime battaglie che ebbero luogo nelle immediate vicinanze o addirittura sopra quelle distese d’acqua che dividevano un’isola dall’altra, presentavano problemi specifici che il bushi doveva saper affrontare. La maggiore difficoltà non era data dal solo fatto di saper nuotare, bensì di doversi immergere con addosso l’armatura e tutte le armi richieste dalla sua posizione sociale.

La pratica

Nel Giappone feudale sorsero, per queste motivazioni, scuole specializzate nell’addestrare i guerrieri nella caratteristica “arte del nuoto marziale” conosciuta come Suiei jutsu. Tutti i ryu insegnavano al guerriero soprattutto le tecniche per nuotare con l’armatura; il programma di studi comprendeva metodi ideati per permettere ad un guerriero di rimanere a galla per parecchio tempo o di nuotare per lunghe distanze spesso anche di notte e lontano dalla costa.
Inoltre ogni scuola si specializzò nello sviluppo della capacità di adoperare le armi tradizionali in immersione. Non dovrebbe essere sorprendente, quindi, leggere dell’abilità spesso straordinaria con cui il samurai usava l’arco e le frecce stando in acqua considerando che le piume delle frecce dovevano rimanere asciutte per poterne controllare la traiettoria.


Attraverso l’abilità del nuoto, il guerriero era in grado di affrontare correnti impetuose o di nuotarvi contro, di portare stendardi o bandiere, armi o carichi pesanti e di usare le armi da fuoco anche se completamente sommerso. Il guerriero sviluppò altresì tecniche di lotta a mani nude da applicare sopra e sotto la superficie dell’acqua; egli elaborò l’ashi garami o arte della lotta nell’acqua che comprendeva colpi particolarmente efficaci e raffinati per sconfiggere l’avversario tra i quali vi erano: metodi che prevedevano la possibilità di avvinghiarsi alla gamba del nemico con una forza tale da farlo arrendere; tecniche che consentivano di bloccarlo sott’acqua sino ad annegarlo oppure addirittura modi per sopraffarlo lottando con questi nel cadere da una barca.
Altri stili di nuoto marziale permettevano al bushi di liberarsi da piante acquatiche o alghe che gli impedivano i movimenti delle gambe o l’uso delle armi, di uscire dai gorghi o vortici d’acqua, nonché abilità particolari come l’inatobi (“balzare come una triglia”) che consentivano di spiccare salti dall’acqua direttamente su una barca. Oppure il metodo segreto dello shusoku-garami faceva sì che il guerriero fosse in grado di nuotare anche con gambe e mani legate.

La tecnica

Mentre i vascelli puntavano verso le navi nemiche, i guerrieri lanciavano frecce finché non veniva stabilito un contatto col nemico: a quel punto i bushi si lanciavano sulle imbarcazioni avversarie mostrando le loro stupefacenti abilità marziali. I guerrieri si prestavano a viaggiare lungo il Giappone per addestrarsi nelle varie scuole; fra gli stili principali basti ricordare:

  • Nuoto in piedi – Scuola Mukai
    Gli esercizi mirano a mantenere il corpo diritto e immobile usando solo le gambe per mantenersi a galla (per esempio cercando di mantenere al di sopra dell’acqua un ventaglio di carta, retto con le dita delle mani o dei piedi) in modo da avere le mani libere per combattere.
  • Nuoto nei laghi – Scuola Sasanuma
    Questo stile si sviluppò soprattutto nell’isola di Kyushu
  • Nuoto in mare aperto – Scuola Kankai
    Insegnava a nuotare semi-eretti, attraverso un movimento fluido e circolare delle gambe in acqua.

Vascelli militari giapponesi

O-mi-fune

Usati dall’imperatore

Suzu-fune

Usati dai nobili

O-meshi-bune, goza-bune

Decorati splendidamente, usati dai governatori provinciali

Kobaya

Usato dai guerrieri; era un vascello senza ponte, di dimensioni variabili (poteva contenere da quindici a cinquantadue uomini). Imbarcazione veloce e guizzante era utilizzata, in particolare, per infiltrarsi nel fronte compatto della flotta nemica e spezzarlo.

Seki-bune

Grandi battelli con oltre quaranta rematori, comprendevano un ponte e una tolda. Il contingente poteva salire fino a duecentocinque uomini. Dopo il sedicesimo secolo, era utilizzata anche per portare un grosso cannone e venti moschetti, a dimostrarne la potenza.

Poche specializzazioni di quest’arte dell’acquaticità sono sopravvissute: quasi tutto il repertorio tecnico è stato incorporato nei metodi di allenamento del nuoto moderno, in cui gli atleti giapponesi mantengono un invidiabile primato.

Fonti tratte da:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • www.shindo-ryu.com
  • Koga Tadao “Kobori-ryu Tosui-jutsu", International Seminar of Budo Culture, Nippon Budokan Foundation and International Budo University.
  • Shigeo Sagita "Swimming in Japan", E-budo.com by John Lindsey
  • Yokose Tomoyuki "Nihon no Kobudo", Nippon Budokan Foundation
  • Gordon Warner "The Eighteen Martial Arts of Japan"

Foto:

domenica 10 gennaio 2010

IL TESSENJUTSU. L’ARTE DEL COMBATTIMENTO DEL VENTAGLIO DA GUERRA



Usati nelle grandi cerimonie o come ornamento, i ventagli giapponesi sono considerati da sempre esemplari di artigianato di una eleganza senza pari, ma anche un’arma letale specializzata dell’epoca feudale degli shôgun Tokugawa.

Le origini

Le origini del ventaglio si perdono nei labirinti della storia orientale e si inseriscono nell’ampio raggio delle arti giapponesi: raffinate, folcloristiche, spettacolari e marziali.

In Giappone il ventaglio era largamente impiegato da individui di tutte le classi per gli usi più diversi, dall’agricoltura (per dividere riso, grano e cereali) agli elementi di estetica nelle rappresentazioni teatrali, oppure nelle arti come la danza e la poesia fino ad arrivare agli usi sociali.

L'etichetta del tempo vietava di portare armi all'interno di abitazioni e castelli, per cui i tessen venivano indossati dai samurai come parte dell'abbigliamento, come era usanza fare con i ventagli normali, che avevano un ruolo nelle buone regole della società giapponese. Venivano portati sia infilati nell'obi (la cintura) o tenuti in mano e potevano essere utilizzati come difesa improvvisata. Il ventaglio corrispondeva, infatti, anche ad un’arma letale utilizzata non solo dai valorosi guerrieri bushi, ma anche dai membri di ogni classe sociale giapponese.

La pratica

I ventagli da guerra, il gunsen e il tessen venivano ideati, collaudati e migliorati continuamente secondo il programma di studio dell’arte della spada giapponese.

NomeDescrizione del ventaglio
Sensu-gataIl ventaglio comune.
Maiohgi-gataIl tradizionale ventaglio degli spettacoli giapponesi.
SashibaPurpureo, a forma di foglia. Intessuti di giunco con un certo numero di supporti radiali e un manico piuttosto lungo che sosteneva il centro, come un raggio prolungato.
UchiwaVentaglio rigido, solitamente tondeggiante con il manico lungo.
OgiVentaglio pieghevole, simile a un settore di disco.
Bessen-gataIl ventaglio usato per dirigere le truppe militari in guerra.
GumbaiVentaglio da guerra del tipo rigido e arrotondato. Veniva utilizzato dai generali per segnalare ai luogotenenti i comandi durante uno scontro armato nel periodo Tokugawa. Questo particolare tipo di ventaglio è ancora oggi utilizzato dagli arbitri (gyoji) degli incontri di sumo.
GunsenVentaglio pieghevole portato dai bushi in armatura. Tessen Ventaglio in ferro portato con l’abbigliamento di tutti i giorni.

Le tecniche

Il tessen aveva numerose funzioni legate all’interesse del bushi: il guerriero poteva infatti usarlo in combattimento per

  • Tirare di scherma
  • Deviare coltelli e dardi avvelenati
  • Colpire un bersaglio volante

o anche per sviluppare quella coordinazione generale necessaria nella sofisticata strategia delle arti marziali giapponesi. La concentrazione richiesta è, infatti, altissima: senza compiere un singolo movimento superfluo occorre saper mostrare una consapevolezza di sé e dello spazio circostante che il guerriero comprende perfettamente quando fa il suo ingresso nel pericoloso campo in cui esercita la sua arte.

Venivano portati sul campo di battaglia sopra le bandiere del principe. Gli shogun Tokugawa usavano un ventaglio come insegna militare, che veniva portato davanti a loro per annunciare la loro presenza. Questo stendardo a ventaglio era composto di diciotto spessori di carta incollati insieme, ricoperti di seta e poi di una foglia d’oro puro. Era montato su di un’asta lunga quattro metri e mezzo, ed era fatto in modo di girare con il vento. I principi ed i guerrieri portavano, sopra i loro stendardi, ventagli di dimensioni più normali (Salvey, 35).


Oggi il tessenjutsu viene ancora praticato da pochi esperti in Giappone, mentre l’anticogumbai compare come complemento di specializzazione nell’addestramento di antiche arti da combattimento come il karate, l’aikido e il kendo. Non è solo negli aspetti tecnici che i vari sforzi richiesti dalle discipline giapponesi tradizionali convergono. Dall’arte di disporre i fiori alla cerimonia del tè e al tiro con l’arco, gli aspetti estetici, la spiritualità e le motivazioni di queste arti apparentemente differenti presentano una meravigliosa somiglianza.

I petali di un fiore che cadono senza produrre rumore sul muschio, un suono che dev’essere udito nelle profondità di una montagna… questa la perfezione richiesta nell’arte del ventaglio.

Fonti:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Inazô Nitore “Bushido”, Edizioni Sannô-kai
  • Dave Lowry “Lo spirito delle arti marziali”, Oscar Mondadori

Immagini:

  • www.tadaimadojo.be/tenchitessen.htm

sabato 9 gennaio 2010

L’ARTE DEL BASTONE GIAPPONESE, IL “BO-JUTSU”


Il Bo è sicuramente l'arma principale del Kobudo e, secondo fonti storiche, diffusa sull’isola giapponese di Okinawa più del to-de (l’antenato del Karate) stesso. Il bastone è lungo in media 6 shaku, ovvero circa un metro e ottanta centimetri, ma alcuni possono raggiungere anche i due metri e settanta. Come si può notare, all’ideogramma “Bo” non si fa che aggiungere il numero di shaku che il bastone misura. Il materiale utilizzato è il legno di quercia rossa o bianca, di nespolo del Giappone, di areca e di "kuba" (tipo di palma), alberi solidi e flessibili, originari della zona subtropicale di cui anche Okinawa fa parte. La forma usata attualmente è tonda ma a sezione biconica. Il centro del bastone (chukon-bu) è di circa 3 cm. mentre le due estremità (kontei) misurano entrambe circa 2,5 cm. Per i praticanti moderni il Bo, oltre a metterli in grado di combattere con un oggetto facilmente reperibile, offre anche la possibilità di condizionare la parte superiore del corpo e di sviluppare l’equilibrio.

Le origini

Antica e nobile arte, il Bo-jutsu studia il bastone come strumento per combattere.Quest’arma per forma e dimensioni andava dalla tipica clava al modello allungato dell’asta di lancia:

  • Kiriko-bo
  • Seki-bo
  • Tetsu-bo
  • Kana-bo
  • Hassaku-bo
  • Rokushaku-bo
  • Ham-bo
  • Bokken

clava di legno
clave di pietra
clave di ferro
lunga clava di ferro
bastone lungo
alabarda
bastone lungo e sottile
spada di legno


La pratica

Il bastone e le altre armi lignee, venivano usate costantemente nelle scuole di Bo-jutsu in cui si praticava il combattimento con la lancia e con la spada poiché erano meno pericolosi delle lame vere e proprie. Questo uso collaterale andò sviluppandosi nel tempo fino a costituire una vera e propria arma di combattimento per i guerrieri più esperti.

Le tecniche

Le specializzazioni dell’arte del bastone si differenziano, quindi, a seconda di quelle armate: il rapporto tra il bastone e l’arma era così stretto che non si distinguevano tecniche o strategie.

Kataesercizi formali
Honto-uchicolpi sferrati alle parti superiori del corpo diritti
Guaku-uchicolpi sferrati alle parti superiori del corpo rovesci
Hiki-otoshirisposta a un blocco
Kaeshi-tsukiaffondi a mani scambiate
Gyakute-tsukiaffondi a mani rovesciate
Tsuke-hazushiparata diritta
Maki-otoshiparata rotonda e bassa
Kure-tsukepressione con il corpo
Kure-hanashispinta con il corpo
Tai-atarirotazione del corpo
Do-harai-uchiparata contro alla metà centrale del corpo
Tai-hazushi-uchievasione rotante e parata di contro

"... Si racconta che Gonnosuke si esercitasse continuamente, fino a quando ebbe perfezionato i dodici colpi e blocchi fondamentali (combinandoli in seguito in più di settanta tecniche avanzate), che costituiscono il patrimonio tecnico del jodo moderno...."

da "I segreti dei samurai" di Oscar ratti e Adele Westbrook Ediz. Mediterranee

Fonti tratte da:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Donn F. Draeger “Bujutsu Classico, Le arti marziali giapponesi come discipline spirituali”, Edizioni Mediterranee
  • International Martial Arts Federation: http://www.imaf.com

Foto:

venerdì 8 gennaio 2010

L’ARTE DEL COMBATTIMENTO CON LA LANCIA



Nell’antica mitologia, il Giappone era conosciuto come “il paese dalle mille alabarde”, tanto che gli antichi bushi, pronti a partire per i campi di battaglia, erano quasi sempre raffigurati con la lancia in pugno. La lancia, come in molte altre realtà militari, era l’arma tipica della fanteria e, per significato tradizionale, veniva dopo l’arco e le frecce.

Le origini

L’arte militare della lancia (conosciuta generalmente comeyari) si sviluppò in Giappone alla fine dell’VIII secolo con la nascita della classe dei samurai. Il samurai Yoshinari Genbei Nakayama, insieme ai guerrieri del Clan Hikone, studiò ed elaborò questa disciplina fino a livelli eccelsi e fondò la scuola del Fuden Ryu. Il clan dei guerrieri medioevali di Owari e Sendai usarono largamente le tecniche e la tattica militare basata sulla scuola Fuden. L’arma d'asta tipica della fanteria era costituita da una lama diritta con punta e due tagli innestata su un'asta in legno tramite un codolo della lama. La lunghezza di lama e asta variavano in base al modello e all'utilizzo (dai due metri fino ad oltre tre metri). La lancia (mai scagliata verso il nemico come erano soliti fare gli eserciti antichi occidentali) colpiva prevalentemente di punta; il guerriero si esercitava ad eseguire attacchi ripetuti in cui la lancia, tenuta saldamente con la mano destra (arretrata rispetto la sinistra), scorreva all'interno della mano sinistra a produrre un affondo di temibile efficacia.

La pratica

Il modello e la struttura della lancia giapponese era simile a tutte le lame nipponiche per l’alta qualità, la leggerezza e la facilità con cui si poteva maneggiare. Le punte delle lance erano prodotte in molte forme e lunghezze.

Si possono comunque dividere in tre gruppi principali:

Punte di lancia diritteLa più comune, a doppio taglio, con diversi tipi specifici come il su-yari e l’omi-yari, oppure il tortuososhakujo-yari incorporato in un apparentemente innocuo bastone da pellegrino o anche la grande varietà di giavellotti come l’uchi-ne e il nage-yari.
Punte di lancia ricurveLa lama del naginata è ricurva presso la punta, dove la sua forma diventa ancora più pronunciata. Il naginata divenne famoso non soltanto per la sua enorme versatilità in combattimento, ma anche per le molte scuole che svilupparono stili complessi e straordinariamente efficaci.
Punte di lancia di varie formeEstremamente specializzate come il sasu-mata a punta forcuta e uncini o arpioni alla base usata per tagliare e trapassare un bersaglio sia frontalmente che di schiena; o anche il magari-yari , tridente con le lame laterali poste ad angoli retti rispetto a quella centrale.

Oggi, durante l’addestramento, sia negli incontri che nei kata, al posto dell’affilatissimo naginata di un tempo, si utilizza un bastone di quercia, lungo due metri, con una lama di bambù lunga cinquantadue centimetri, coperta da un puntale di cuoio.

Le tecniche

Secondo i tipi principali di lancia, vi sono due metodi:

  • Yarijutsu arte della lancia diritta
  • Naginatajutsu arte della lancia curva

I kata (esercizi di forma)

  • 1° - Hiryu no yari
  • 2° - Koryu no yari
  • 3° - Tsuki dome no yari
  • 4° - Anya no yari
  • 5° - Denko no yari
  • 6° - Yoru no ya no yari

Ciascuna arte viene praticata secondoinnumerevoli stili, che avevano tutti in comune alcune tecniche basilari:

  • Tsuki affondi
  • Kiri fendenti


È quindi un'arma riservata ad un praticante esperto e con un ottimo bagaglio tecnico. A questo punto dell'apprendimento non si possono più avere incertezze e/o lacune tecniche di alcun tipo. Infatti i bersagli preferiti dal lancere sono gli occhi, le spalle, la gola, le cosce e l'addome (hara tsuki).

Delle numerose scuole del bujutsu che un tempo insegnavano le tecniche delnaginatajutsu , soltanto pochissime (come laTendo e la Shinkage ) risultano attive ancora oggi.

Il sojutsu, o arte della lancia, veniva considerato quale arte tracotante, una professione
propria dell'individuo spietato, giacché spesso le ferite inferte da questa arma producevano un'agonia lenta e crudele. Il sojutsu abituava il bushi a ritenere la lancia un'arma
d'opportunità, più che
di impiego tattico generico. La lancia poteva essere utilizzata sia a cavallo che a terra. (...)

(...) Allenandosi con la lancia, il guerriero classico dovette pertanto apprendere l'uso
del ma-ai (distanza di combattimento) lungo, al fine di portare l'obbiettivo nel raggio della punta; per contro, grazie a tale processo, il bushi sviluppò un'abilità sorprendente nell'evitare
il ma-ai lungo laddove si trovasse ad affrontare il lancere con la propria arma di base, la spada.

(Tratto da: " Donn F. Draeger, op. cit.")

Il fluire armonioso delle tecniche di attacco e difesa fanno della disciplina della lancia uno dei metodi di coordinazione più efficaci; oggi queste scuole sono frequentate soprattutto da donne che usano il naginata non tanto come metodo di combattimento, quanto come opportunità di integrazione mentale e fisica.

Fonti:

  • Ratti - Westbrook, “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Donn F. Draeger “Bujutsu Classico, Le arti marziali giapponesi come discipline spirituali”, Edizioni Mediterranee
  • Japan Naginata Federation: http://naginata.jp/index.html

IL BUSHIDO - LA VIA DEL GUERRIERO



La parola “bushido” viene spesso tradotta letteralmente come via del guerriero tuttavia non si va oltre al codice formativo di morale pratica, giacché la via, “do”, viene identificata con la regola, il dovere, il codice d’onore dei guerrieri, i “bushi”. Sistema di etica e atteggiamento morale, ha rappresentato per secoli l’ispirazione della pratica “jutsu” dei guerrieri giapponesi e la guida al raggiungimento di scopi supremi e remoti. La parola “budo”, infatti, è formata dalla combinazione dell’ideogramma “bu” che identifica la dimensione più specificatamente militare della cultura giapponese, con l’ideogramma “do”, tradotto come via, dottrina, modo di vedere e motivare il comportamento in senso filosofico o religioso.

La radice “bu”, viene usata come prefisso in una serie di parole che riguardano argomenti di natura marziale e letteralmente significa militare ma anche “sedare una sommossa usando un’arma lunga”. Se infatti si analizza il kanji, ovvero il suo ideogramma nella calligrafia giapponese, “bu” viene rappresentato come una lancia accompagnata da altre linee che significano, appunto, sopprimere una rivolta. Questo codice ha rappresentato per secoli il modo di vivere quotidiano della classe militare giapponese, chiamata a imporre l’ordine in virtù di continue insurrezioni che si alternavano a periodi di pace e di sviluppo culturale del paese. E così i “bushi”, appartenenti all’unica classe ben armata del Giappone, furono sia eroi del popolo che strumento dei tiranni.


Non è solo negli aspetti tecnici che i vari sforzi richiesti dalle discipline giapponesi tradizionali convergono. Dall’arte di disporre i fiori alla cerimonia del tè o alla pratica del tiro con l’arco, gli aspetti estetici, la spiritualità e le motivazioni di queste arti apparentemente differenti presentano una meravigliosa somiglianza.

Le origini

Fin dall’antico medioevo giapponese, l’appellativo di bushi significava “elite marziale” o modello marziale. In effetti, essi erano una classe di nobili guerrieri feudali che lasciarono alle generazioni future un degno esempio, che servì da termine di paragone per i combattenti giapponesi nei successivi ottocento anni.

Il Bushido

Il bushi rappresentava qualcosa di più di un guerriero in grado di disporre di metodi di combattimento pratici ed efficienti. Si trattava di abbracciare "vie" o discipline di avanzamento morale, destinate a favorire la formazione di una personalità matura, equilibrata e integrata, di un uomo in pace con se stesso e in armonia con il suo ambiente, tanto sociale quanto naturale. La parola Budo si identifica, quindi, con le motivazioni di natura etica che dovevano regolare la condotta del guerriero giapponese "bu-shi" o del combattente in generale "bu-jin". Il bujutsu viene considerato quale modalità funzionale e strategica del combattimento, ma solo in pochissimi casi certi maestri riuscivano ad armonizzare il loro "jutsu" con l'altissimo "do" o imperativo etico fino al punto di cambiare o trasformare le antiche tecniche delle arti marziali, sottraendole così dalla dimensione specializzata e ristretta dell'esperienza militare e trasformandole in discipline d'illuminazione e di perfezionamento sociale e spirituale. In ogni caso, ancora oggi le molte discipline derivate da quasi tutte le arti marziali del passato, sono alle prese col dilemma che affligge la dottrina del bujutsu, ovvero la perenne contraddizione tra la tecnica "jutsu" e la sua motivazione suprema, il "do".

Le sette regole del Bushido:

• Rettitudine o giustizia “Gi”: una delle cinque grandi virtù dei confuciani.

• Il coraggio, spirito di audacia e di generosità "Yu": il sereno e freddo coraggio è la qualità suprema per un bushi.

• Benevolenza o sensibilità verso il dolore "Jin": sensibilità umana, disposizione d'animo verso la comprensione e l'affetto.

• Cortesia "Rei": etichetta, riti, gentilezza, buona educazione, correttezza. Codice di comportamento rituale: conformando la propria vita ad una rigida etichetta, sostengono i confuciani, l'uomo può elevarsi ad acquisire un animo nobile.

• Veracità e sincerità "Shin" o anche "Makoto": buona fede.

• Onore "Meiyo": senso dell'onore e rispetto del rango cui si appartiene e del proprio valore.

• Dovere di lealtà "Chugi": il codice dell'etica cavalleresca giapponese conosce il valore di devozione e fedeltà verso chi è superiore.

I celebri versi di Motori Norinaga ci suggeriscono l’immagine di Yamato, lo spirito mistico-religioso del patriottismo giapponese, lo Yamatodamashii.

Shikishima no
Yamatogokoro wo
Hito towaba
Asahi ni niou
Yama – zakura bana
Se qualcuno domanda
qual è l’anima dello Yamato
È un fiore di ciliegio
Che profuma il sol levante.

Fonti tratte da:

  • I. Nitore, Bushido, Edizioni Sanno-kai
  • Ratti - Westbrook, I segreti dei Samurai, Edizioni Mediterranee
  • D. Lowry, Lo spirito delle arti marziali, Oscar Mondatori
  • Nella foto del guerriero Ken Watanabe (Katsumoto) nel film “L’ultimo Samurai” - Warner Bros.

L’ARTE DEL KIAI

Il Kiai è un grido pieno di forza ed intenzione a costituire il desiderio di portare a compimento una tecnica marziale. La parola è formata da “ki” , in giapponese mente , volontà, disposizione d’animo e da “ai ”, contrazione del verbo “awaseru ”, che significa unire , congiungere, ovvero una manifestazione dell’energia interna con un suono che crea . A questo scopo si utilizza il grido nella forma esteriore come modo di controllare il ki, come arte di dirigere le energie . Nelle pratiche marziali il kiai è di estrema importanza e questo studio, che raggiunse i livelli massimi nel Giappone Feudale, è ancora oggi impiegato in molte discipline come il karate, il judo e l’aikido.

La parola, Kiai è composta da due ideogrammi:
Ki , raffigura l'energia vitale e universale comune a tutti gli esseri viventi
Ai , rappresenta l'armonia universale
Esprime, anche, un grido che rivela e manifesta quel principio orientale di unità ed armonia presente in ogni cosa. Fisicamente, esso permette di collegare, attraverso la cintura addominale, la forza delle masse muscolari che si trovano nella parte bassa con quelle della parte alta del corpo. Energicamente, rivela le vibrazioni dei Chakra.

Le origini

In Giappone si sa pochissimo dell’arte del kiai, ma sono visibili le eredità lasciate ai maggiori Maestri delle arti marziali che tutt’oggi subordinano i fattori esterni del combattimento, armi e tecniche, a elementi di natura interiore, controllo e potenza. Nello specifico quest’arte era vista come l’impiego della voce umana in combattimento, con il duplice effetto di intimorire il nemico e rafforzare il proprio spirito. La particolarità di quest’arte è, in realtà, la tecnica usata, un vettore di eccezionale impatto emotivo: la voce umana. Kiai era il nome dato generalmente a quello specifico metodo di combattimento basato sull’impiego del grido come arma; con l’andare del tempo gli antichi combattenti giapponesi, i “Bushi”, affinarono questa pratica fino a farla diventare un’arte completa in se stessa. Le origini si identificano strettamente con l’immagine di un uomo posto di fronte a una realtà ostile. Il grido, infatti, rappresenta la reazione primordiale al pericolo e alla richiesta di aiuto ed è in grado di far vacillare un nemico o arrestarne addirittura l’attacco. In Giappone questa tecnica fu perfezionata a tal punto da farne la sola arma usata: il guerriero studiava come sviluppare un urlo che incanalasse in tono, altezza e intensità della voce, tutta la sua energia. Il valore tattico del grido nell’influenzare o determinare il risultato del combattimento venne così inserito come studio approfondito delle segretissime scuole marziali per sfruttarne appieno l’effetto paralizzante.


La pratica

L’arte del kiai occupa una posizione specifica nei metodi disarmati da combattimento e al contempo unica. Una pratica esoterica in cui le tecniche e le strategie sofisticate si riducono all’estensione della potenza pura, immateriale, “che non si vede ad occhio nudo”, ma in grado di sopraffare l’avversario. Il kiai abbraccia i concetti di armonia e di spirito. Ki viene spesso usato nel senso di energia, carattere e perciò come indice della personalità del praticante. Ecco che la pratica di quest’arte si concentra sullo sviluppo di una personalità magnetica in grado, attraverso un altro livello di concentrazione, di evocare, attraverso un grido, forti poteri di suggestione atti a “demolire” psicologicamente un attaccante.

Le tecniche

Attraverso una forte contrazione diaframmatica verso il basso, durante la fase espiratoria, si emette un suono profondo (inizialmente seguendo “alla lettera” il suono K I A I) prodotto esercitando la massima pressione sulla parte addominale, in giapponese “hara” in posizione Kiba Dachi. Si definisce haragei il punto massimo di specializzazione dell’arte dei kiai. La documentazione esistente circa le scuole e le tecniche di addestramento è pressocchè inesistente. Si conoscono alcuni particolari:

  • Unificazione preliminare di energie nell’hara
  • Paralizzare, uccidere o salvare la vita di un altro guerriero con un grido concentrato
  • Kiai come vettore di energia
  • Funzione di rafforzare la regione del tanden , parte dell’addome situata poco sotto l’ombelico, e quindi fattore dello sviluppo del coraggio fisico e del potere di uno spirito forte e determinato.

Nel combattimento, così come nella competizione sportiva, il grido è utilizzato per arrivare al bersaglio e simboleggia un colpo definitivo a cui partecipano corpo, spirito e cuore. Il kiai viene impostato con esercizi e poi coltivato con attenzione finché si incanala spontaneamente nella forma che arricchisce l'azione marziale.

Ki, l’energia che segue il pensiero

Energia vitale universale che impregna ogni forma manifesta, dandole vita, movimento ed essere. Dall’unione del ki e della forma si sviluppa lo spirito marziale.

Fonti tratte da:

  • Michel Coquet “La vera forza delle arti marziali”, Edizioni Amrita
  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Tokitsu Kenji “Lo zen e la via del Karate. Per una teoria delle arti marziali”, SugarCo Editore

Nella foto:

Il Maestro di karate Carlo Fugazza impegnato in una dimostrazione. Si ringrazia www.yudanshakai.it

IL NINJUTSU E I GUERRIERI NINJA




Non esiste un termine occidentale che possa descrivere con precisione l’arte del Ninjutsu o i suoi praticanti, i temibili ‘ninja’. Una traduzione di ninjutsupotrebbe essere “l’arte della furtività ” intesa anche come creazione e perpetuazione di un’aura di mistero. I ninja potevano apparire scorretti per le loro attività criminali, eppure il loro modo era solo un mezzo. “Elemento essenziale per un ninja (shinobi) è un cuore puro. Se un ninja persegue un cammino errato ingannando o congiurando, il suo cuore non potrà mai essere puro e le sue opinioni saranno travisate, non permettendo all’azione di seguire il giusto corso. Se una persona usa il ninjutsu solo per proprio tornaconto o per un fine sprezzante, le sue azioni lo tradiranno. Forse ci sarà un successo iniziale, fama o denaro, ma prima o poi cadrà dal suo piedistallo. Il cuore di un ninja è puro e onesto” (tratto dal libro “Bansenshukai”). Il ninja, peraltro, rappresenta ancora oggi un certo ideale di guerriero ombra.

Le origini

Le origini del ninjutsu si fanno risalire attorno al 500-300 a.C. e sono legate agli influssi dellaShina no bummei, la civiltà cinese. Quest’arte si è estesa nei secoli del medioevo giapponese come sottobosco di attività militari vicine allo spionaggio che hanno calato il ninja in ruoli di sabotatore, guerrigliero o agente di polizia segreta. Attività che non furono di appannaggio esclusivo, appartenendo infatti anche ad altre figure militari, anche se il ninja ne rimase il professionista per antonomasia. Se lo spionaggio era così importante, non potevano restarne esclusi i guerrieri giapponesi per eccellenza: i Samurai. Secondo antichi documenti, moltissime scuole di ninjutsu furono fondate da Samurai, come la famosaYoshitsune-ryu, chiamata in onore del leggendario guerriero Minamoto Yoshitsune. Si narra che, infatti, il combattente avesse acquisito le strategie più occulte delle arti marziali dai mitici tengu, demoni delle selve metà uomini e metà corvi istruiti nelle arti marziali.

La pratica

Le funzioni del ninja consistevano nell’infiltrarsi in ambienti ostili, compiere vari tipi di sabotaggio ed assassini e nel fuggire dopo aver compiuto la missione. I ninja erano, quindi, dei sicari, dei briganti che offrivano i loro servigi ai signori dell’era feudale del Giappone. Venivano utilizzati nella rete di spionaggio istituita dallo shogun per controllare la corte imperiale ed i potenti governatori provinciali, ma anche dai mercanti e persino dai monaci combattenti delle montagne. In oltre cinquecento anni si lasciarono alle spalle un primato ininterrotto di intrighi, assassini, sovversioni e disordini.

Le attività strategiche dei ninja si possono dividere in tre principali categorie:

  • Raccolta di informazioni a mezzo dello spionaggio
  • Assassinii, sovversione, annientamento delle difese nemiche
  • Azioni sul campo di battaglia che includevano quasi tutte le forme di operazioni, dallo scontro aperto all’imboscata, come ad esempio: Toiri-no-jutsu, infiltrarsi nei centri e nei castelli nemici Chikairi-no-jutsu, insinuarsi tra le linee nemiche in tempo di guerra dichiarata o di allarme militare.

I ninja erano organizzati in vaste corporazioni che si suddividevano territori e compiti; al loro interno i gruppi erano così composti:

Clan ninjaJonin : il capo, formula i piani, le alleanze e i contratti
Chunin : sottocapi

Genin : agenti, esecutori

Le arti, le tecniche e le armi di ogni famiglia o gruppo venivano tenute rigorosamente segrete e trasmesse di padre in figlio con la massima cura. I libri e i documenti legati all’eredità del ninjutsu erano considerati tesori di famiglia: la loro rivelazione a persone non autorizzate significava la morte.

Le tecniche

I ninja dovevano imparare alla perfezione le tecniche da combattimento per realizzare i loro terribili scopi. Venivano, quindi, addestrati alla conoscenza e all’uso di una serie impressionante di strumenti.

Le armi

  • Bisento , metodi non ortodossi di usare la lancia
  • Spade e lame fissate all’estremità di aste pieghevoli con catene di recupero
  • Lame lanciate a mano, secondo la tecnica del shurikenjutsu
  • Iaijutsu , tecniche per sguainare spade o pugnali con fulminea rapidità
  • Serie di armi specializzate per l’utilizzo dei ninja: cerbottane, coltelli e uncini con le corde, vari arpioni (toniki), tirapungni di bronzo (shuko)
  • Assortimento di lame (shuriken): pugnali, dardi, dischi a stella (shaken)
  • Spade corte (wakizashi)
  • Pugnali (tanto)
  • Coltelli (ko-gatana, kozuka)
  • Catene, corde con un peso roteante ad una estremità e duna lama a doppio taglio dall’altra (kiotetsu-shoge)
  • Bastone di bambù che all’occorrenza sfoderava alle estremità una catena con un peso e un blocco di piombo
  • Armi chimiche come dardi avvelenati, cerbottane lancia-acido, bombe di polvere abbagliante, bombe fumogene

Tecniche senza armi

  • Conoscenza delle arti marziali locali
  • Uso del pollice e delle dita per sferrare colpi mortali ai punti vitali (kyusho)

Strumenti per arrampicarsi

  • Funi con ganci
  • Scale flessibili
  • Scarpe speciali
  • Spuntoni a mano

Metodi di sopravvivenza

  • Tecniche per rimanere a lungo sott’acqua, attraversare fossati, laghi o paludi
  • Tubi per respirare
  • Otri gonfiabili
  • Capacità di saltare grandi altezze
  • Controllo del battito cardiaco per farsi credere morto dal nemico
  • Allenamento all’immobilità per lungo tempo
  • Capacità di mimetizzarsi

Conoscenza della psicologia pratica

  • Impersonificazione di appartenenti ad ogni classe sociale
  • Prestidigitazione
  • Ipnosi (saiminjutsu)

In Giappone i ninja vennero chiamati in diversi modi, i più conosciuti sono

Shinobicolui che agisce di soppiatto per carpire informazioni
Kussaoqualcuno nascosto nell’erba o allenato fin da giovane per essere impiegato al momento opportuno
Kumariaccovacciarsi nascosti per un attacco a sorpresa
Suppacercatore di informazioni, spia
Rappadiffondere notizie false
Tappa otsuppainviato per informare o difendere una base
Denukisostituire un altro per un profitto
Ukamibitoagente all’apparenza amichevole, ma solo per acquisire informazioni

I vari nomi che vennero usati nel corso degli anni non rivelano, comunque, nulla sulla segretezza e sulle tecniche specializzate che portarono il ninjutsu ad essere considerato come “un’arte marziale evoluta”.

Il guerriero Ninja “È una notte d’aprile, tiepida e silenziosa. Tra le case di legno dai tetti spioventi, tra i giardini di incredibile armonia, tra i templi di cento diverse religioni una leggera brezza porta il sottile profumo dei fiori di ciliegio. Le Guardie di Città si sono ritirate nei loro quartieri, hanno deposto i lunghi yari, le acuminate picche sulla cui punta il gancio studiato per appendervi una lanterna che rischiari l’oscurità appare ormai inutile: nessuno si avventura nelle tenebre. Quando cala la notte Kyoto appartiene ai Ninja.” (B. Abietti)

Riferimenti bibliografici:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai” , Edizioni Mediterranee
  • Sun Tzu "L’arte della guerra” , Edizioni Oscar Mondadori
  • Fujibayashi Tasutake “Bansenshukai”
  • Abietti “Ninjutsu. L’arte dell’invisibilità ”, Edizioni Mediterranee
  • “Piccolo breviario Zen ”, Sonzogno Editore