venerdì 8 gennaio 2010

Aikido

AIKIDO



AI (armonia) KI (energia) DO (via) è il risultato di lunghi anni di studio condotti dal suo fondatore,Morihei Ueshiba , nel campo delle principali specializzazioni della tradizione marziale giapponese, conosciuta in epoca feudale come Bujutsu . Elegante arte di autodifesa finalizzata alla neutralizzazione mediante bloccaggi, leve articolari e proiezioni di uno o più aggressori armati o disarmati, l'Aikido è soprattutto sintesi ed evoluzione di antiche tecniche mutate dal Jujutsu classico e dal Kenjutsu (la pratica della spada), da cui trae la propria originalità ed efficacia in una serie di movimenti basati sul principio della rotazione sferica.

L'esperienza che si raggiunge con la pratica ad alto livello porta ad affrontare il rapporto con sé stessi e gli altri. La natura dell'uomo conosce la violenza, l'aggressività così come la pace, l'armonia e la collaborazione, allo stesso modo il praticante imparerà a vivere ed esprimersi in armonia.

Le tre tecniche

Molte arti marziali per tradizione si articolano sul numero tre, per motivazioni filosofiche e religiose; lo stesso vale per l'uomo che si può idealmente dividere in una parte materiale (le gambe), una vitale (l'addome) ed una spirituale (la mente). Tre sono anche i modi di lavorare dell'Aikido:

  • Tecniche a mani nude con le varianti in suwari-waza (in ginocchio), in hanmi-hantachi-waza (uno in ginocchio l'altro in piedi) e in tachi-waza (entrambi in piedi). Lavorare a mani nude rappresenta la piena libertà di muoversi.
  • Tecniche di Jo (bastone): sincronizzano il movimento delle due mani, studiano la relazione fra mani e piedi per trovare la giusta distanza di sicurezza con il compagno.
  • Tecniche di Bokken (spada di legno): massima espressione del giusto tempo d'entrata e di controllo.

Tre anche ritmi: jo, ha, kyu e le espressioni, i momenti della lezione: aikitai, aikijo, aikiken (che verranno affrontati in un successivo approfondimento).

L'Aikido non si vive resistendo al colpo col corpo rigido, occorre imparare a utilizzare l'energia irradiante per andare avanti ed entrare nello spazio avversario. La base dell'Aikido è il contatto: questo è il punto di partenza dell'energia irradiante. Si lavora a sfera, utilizzando tecniche che riprendono cerchi che portano o alla chiusura - immobilizzazione o all'apertura - proiezione. E' un gioco fra due forze che si contrappongono e le loro risultanti; si utilizza l'energia irradiante, la tecnica dirompente e quando si arriva al contatto la forza si sprigiona provocando lo squilibrio del compagno. Indispensabile è entrare nel cerchio dell'avversario e raggiungerne il centro. Il ki, l'energia vitale, è già dentro ognuno di noi fin dalla nascita, occorre riscoprirlo, riuscire ad usarlo spontaneamente concentrandone la direzione attraverso le tecniche. L'Aikido insegna ad armonizzare le energie mentali e fisiche, è un'arte che si sviluppa quando la vivi, occorre unire anima e corpo nel momento; non esiste azione se non si ha controllo, non si parla di parata e contrattacco, ma di controllo ed entrata. L'Aikido non ha guardia, per dare libertà all'attacco di esprimersi e così si impara a controllare il centro, concatenare i cerchi e coprire i punti deboli.


Ci spiega infatti il Maestro Gianpietro Savegnago che "la tecnica è fatta di cose semplici al momento giusto", è una scelta di tempo e non una condizione di forza o rigidità. Trovo energia in uno spostamento effettuato nel giusto tempo in cui riesco a catturare l'instabilità del compagno. E' lo stesso principio della spada: mi devo inserire con il profilo, così riesco ad avanzare maggiormente nello spazio dell'avversario. Anche la caduta è una forma di energia libera, occorre sentirla e si acquisiranno sensibilità e riflesso se vista dal lato giusto; proprio per questo non si deve pensare ho perso perché sono caduto, anzi è il contrario, perché si sviluppa una parte importante che lavora sulla sensazione. Non c'è gara nell'Aikido: le due parti vincono assieme. E' un'arte impostata sul rispetto di entrambi dove si vince con il proprio compagno. Non c'è antagonismo per scelta, esiste invece l'accettazione del ruolo: colui che accetta di cadere e favorisce la fusione delle tecniche portate dall'attaccante diventerà un buon maestro perché avrà lo spirito giusto, il cuore. Ma dov'è il cuore "spirituale" dell'uomo? Alcuni potrebbero associarlo là dove abita il sentimento, altri vicino alla ragione, per me il cuore è nelle mani: rappresentano la creatività, hanno un suo minimo e un suo massimo, sono da sempre segno di preghiera e di espressione artistica. Allora se nell'uomo persistono due centri, quello fisico (il baricentro) e quello spirituale, il praticante di Aikido deve cercare di farli lavorare assieme, per questo occorre sviluppare la creatività e la fantasia. Anche per questo motivo non ci sono gare, per non limitare il cuore. Alla fine della lezione siamo contenti in due perché abbiamo sviluppato le tecniche assieme e non sentimenti negativi. Le tre 'parti' dell'Aikido (Aiki-do tecnica, Aiki-jo bastone e Aiki-ken spada) si concatenano e rappresentano una sintesi delle armi il cui obiettivo è imparare e arrivare ad una spiritualità "Koko-rò" cuore del sentimento. Si può avere la migliore tecnica ma se non si possiede il cuore per usarla non si arriverà mai veramente ad impadronirsi dell'arte marziale".

Il Maestro Gianpietro Savegnago (Shihan VII dan)
Nasce il 1° Novembre 1953 e da sempre vive in provincia di Vicenza. Da ragazzo pratica sia la Boxe che il Kendo e nel 1972 inizia a studiare Aikido. Nel 1974 comincia ad insegnare presso il Judo club Marzotto di Valdagno, diffondendo l'Aikido per la prima volta nel Veneto. La sua attività di promozione è tale che ora la provincia di Vicenza ha la maggior densità di praticanti di Aikido, adulti e bambini, in Italia. Nel 1976 diventa allievo diretto del Maestro Hirokazu Kobayashi (a sua volta discepolo del fondatore dell'Aikido: Morihei Ueshiba) e partecipa costantemente ai suoi stage in Europa, ma non solo, dal 1980 segue anche le sue lezioni in Giappone. Oggi, Gianpietro Savegnago, 7° dan, estende l'insegnamento della sua scuola anche all'estero in Germania, Polonia ed Ungheria dove tiene regolarmente stage e sono molte le scuole in contatto. Dal 1982 è consulente tecnico per la Polonia, dove i praticanti di Aikido sono ormai più di tremila. In Italia è direttore tecnico dell'Associazione Italiana Aikido, che conta quasi mille praticanti.

Il Grande Maestro Morihei Ueshiba "Lo scopo dell'Aikido è di allenare la mente e il corpo, di formare persone oneste e sincere."
Morihei Ueshiba (1883-1969) detto anche O Sensei, Grande Maestro, fondatore dell'Aikido, fu l'ultimo rappresentante della famosa ed antichissima scuola di Daito-ryu che, diretta dall'austero maestro Sokaku Takeda che l'istruì nella misteriosa pratica dell'Aikijutsu. Si specializzò in tutte le Arti Marziali allora esistenti studiando l'uso della lancia, del bastone, della spada, le tecniche di combattimento a mani nude e altre ancora presso le più importanti scuole dell'epoca, eccellendo in ogni campo di applicazione. Compì studi religiosi ad alto livello sulle tradizioni cinesi e giapponesi. Tutto ciò lo portò a sviluppare un ideale d'armonia e fratellanza.

Si ringrazia per il materiale fornito l'Associazione Italiana Aikido www.aikido.it

Da Lidia Katia Manzo

Il Karate

KARATE


Al pari di altre arti marziali, il karate, è uno sport completo che coinvolge tutti i muscoli e le articolazioni del corpo. Per questa ragione è uno sport consigliato allo stesso modo per bambini, adolescenti e adulti, ai quali è offerta la possibilità di elevarsi, all'interno di questa disciplina, attraverso sette gradi culminanti nella cintura nera.

Un po' di storia…

Il karate nacque ad Okinawa (Giappone) nel XV secolo. Letteralmente karate significa "combattimento a mano nuda "; conobbe infatti una rigogliosa fioritura durante i periodi di dominazione cinese, durante i quali per prevenire le rivolte, venivano vietate tutte le armi.
Gli abitanti allora perfezionarono le tecniche di combattimento senza armi arricchendole di elementi importati dalla cultura cinese.

All'inizio del XVII secolo Okinawa venne conquistata da un signore feudale giapponese che mantenne a sua volta il divieto di portare armi. Per essere in grado di difendersi contro il conquistatore armato, gli abitanti lavorarono intensamente al perfezionamento del combattimento a mano nuda. L'addestramento era compiuto clandestinamente a piccoli gruppi, il che contribuì a differenziare gli stili anche all'interno dell'isola.

Nel corso del XIX secolo Okinawa venne assimilata alla cultura giapponese e il significato delle tecniche di combattimento a mano nuda si modificò; fu riconosciuto il valore educativo dell'okinawa-te e si prese la decisione di insegnarlo nelle scuole.
Incominciò allora la formalizzazione delle tecniche e vennero formati quegli adepti che avrebbero trasmesso la loro arte fuori dell'isola.

Le prime dimostrazioni del Maestro Funakoshi in Giappone nel primo ventennio del XX secolo, ottennero grande successo e suscitarono la curiosità dei praticanti di arti marziali giapponesi, con i quali entrò in relazione.
La consacrazione ufficiale dell'okinawa-te però avvenne quando incominciò ad essere insegnato nelle università locali. Alcuni anni dopo Funakoshi, altri maestri di karate elaborarono stili differenti nelle varie regioni in cui si stabilirono.
Nel corso del XX secolo il Karate (così battezzato dal Maestro Funakoshi) superò i confini giapponesi per giungere in Europa occidentale e in America e proseguire il suo sviluppo fino ad arrivare ai giorni nostri.

Kata e kumite

Il karate è diviso in due specialità:

  • kata
  • kumite

Kata significa letteralmente "forma" o "stampo". Si tratta di sequenze composte da gesti formalizzati e codificati che simulano un combattimento contro avversari immaginari.
Il karate tradizionale prevede circa una quarantina di kata originali ai quali vengono ad aggiungersi delle varianti secondo gli stili. La maggior parte di questi comporta una quantità di movimenti (tecniche) compresa tra i venti e i sessanta; si tratta di tecniche di attacco e parata sia con arti superiori che inferiori.
L'importanza del kata si comprende facilmente se si riflette sul fatto che nel corso dei secoli è stato il veicolo di trasmissione e comunicazione delle tecniche di combattimento elaborate.

Il kumite è il "combattimento ", incontro fra due avversari utilizzando tecniche di braccia, gambe, gomiti e ginocchia.

Allenamento

Il karate è fra le attività sportive che richiedono maggior dispendio energetico . Al pari di altre arti marziali è uno sport completo, infatti tutti i muscoli e le articolazioni del corpo vengono coinvolti durante l'esecuzione delle tecniche.

Kata e kumite prevedono diversi tipi di lavoro muscolare:

  • nel kata è prevalente l'aspetto isometrico;
  • nel kumite quello isotonico.


Per questo motivo, a seconda che si pratichi l'uno o l'altro, la metodologia d'allenamento sarà diversa.

È importante che tutti i muscoli del corpo siano adeguatamente preparati prima di incominciare la parte tecnica specifica: gambe, braccia, addominali e dorsali devono essere tenuti in continuo esercizio.
Altrettanto importante è la mobilità articolare, soprattutto per le articolazioni scapolo omerali e coxo femorali che condizionano l'ampiezza di tutti i movimenti.
Non esiste una metodologia di allenamento universale, gli esercizi dovranno essere adattati alle condizioni fisiche, agli obiettivi e all'età degli atleti.
Per quanto riguarda i bambini si privilegia l'aspetto ludico, proponendo esercizi con funzione propedeutica alle tecniche vere e proprie. Per gli agonisti il lavoro sarà finalizzato invece al potenziamento fisico (resistenza, forza rapida, velocità e mobilità articolare) e al miglioramento tecnico e tattico.
Infine gli amatori lavoreranno prevalentemente sulla tecnica pur senza dimenticare il potenziamento fisico che chiaramente dovrà essere idoneo alle condizioni fisiche dei singoli.

Esempio di seduta d'allenamento di durata 1,5 ore

  • 15 minuti di riscaldamento generale (corsa, saltelli, balzi, esercizi di coordinazione motoria ecc.);
  • 15 minuti di potenziamento (scatti, salti, addominali, flessioni,dorsali ecc.);
  • 15 minuti di allungamento muscolare (quadricipiti e tricipiti femorali, glutei e dorsali ecc) e esercizi per la mobilità articolare;
  • 30-35 minuti di parte tecnica specifica;
  • 10 minuti di defaticamento con esercizi di allungamento ed eventualmente massaggi.

Attività agonistica

Nel karate sportivo è prevista l'attività agonistica nelle due specialità, kata e kumite.

Nelle gare di kata gli atleti si misurano nell'esecuzione delle forme e vengono valutati in base all'espressività, la potenza, la chiusura e il ritmo delle tecniche. A ogni atleta viene assegnato un punteggio, il vincitore è colui che ottiene il punteggio più alto, cioè colui che meglio "interpreta" il kata.

Nel kumite invece lo scontro fra gli avversari è diretto, si procede in base ad un tabellone ad eliminazione diretta a sorteggio e con ripescaggi.
La durata di un combattimento varia da un minuto e venti secondi a tre minuti effettivi a seconda della categoria (a cui si aggiungono eventuali tempi di recupero).
Le azioni dei combattimenti sono finalizzate a fare punti; si fanno punti portando tecniche valide su bersagli validi. Sono tecniche valide quelle di pugno, calcio (circolare, frontale o laterale) e proiezione, mentre i bersagli validi sono testa, viso, collo, nuca, petto, addome, fianchi, e schiena. A seconda del bersaglio colpito e della tecnica utilizzata possono essere assegnati 1, 2 o 3 punti. Sono previste ammonizioni per tecniche e comportamenti proibiti o per contatti eccessivi.
L'età per svolgere attività agonistica va dai 13 ai 35 anni. Esistono diverse categorie in base all'età, al peso (per il kumite) e al grado di cintura.

Curiosità

Per praticare il karate si usa il karate-gi.
Il karate-gi (conosciuto anche impropriamente col nome kimono), è composto da pantaloni lunghi e casacca, solitamente bianchi ma occasionalmente neri.
La casacca si chiude con una cintura colorata in vita; il colore della cintura indica il grado e il livello di preparazione dell'atleta . Si parte con la cintura bianca per poi passare alla gialla, arancione, verde, blu, marrone e nera. Vi sono poi sette gradi di cintura nera (dan). Solitamente il passaggio da una cintura alla successiva è subordinato al superamento di un esame di idoneità, durante il quale si deve dar prova delle conoscenze e delle abilità apprese; eccezionalmente la cintura di grado superiore può essere acquisita anche per meriti sportivi.


A cura di S. C. Insegnante Tecnico Federale (FIJLKAM)

A cura di S.C Insegnante Tecnico Federale (FIJLKAM

Il Judo

Che cos’è il judo

Seguendo un rigido codice morale il judo insegna principalmente il controllo della mente e del corpo: una cultura fisica, una filosofia conosciuta col nome di “via gentile”. La parola Ju-do è infatti costituita da due ideogrammi, dove Ju significa flessibilità, dolcezza e do, letteralmente via, rappresenta il concetto tipicamente orientale di cammino, percorso. Il valore stesso di questa arte marziale è la non-resistenza, cedere alla forza dell’avversario e con essa creare squilibrio, accompagnarla e vincerla in modo efficace. Questa continua evoluzione, alla ricerca di nuove strade, è un patrimonio autentico, insito nella sua pratica.
Il padre del Judo, Jigoro Kano, esprimeva così l’essenza di questa filosofia:
Seryoku zenhyo
il miglior uso dell’energia, fisica e morale
Ji ta kyò i amicizia e mutua prosperità

La storia

Il judo, quale forma di lotta, fu sviluppato a opera del professor Jigoro Kano , partendo da uno studio intensivo del Jujitsu, un sistema brutale e spesso mortale di autodifesa giapponese. “Non solo trovai il Jujitsu interessante, ma mi resi anche conto che era molto efficace per l’addestramento del corpo e della mente. Così mettendo insieme tutti gli aspetti positivi che avevo appreso dalle varie scuole e aggiungendovi mie personali invenzioni e scoperte, elaborai un nuovo sistema di cultura fisica e di allenamento morale” con queste parole il Maestro descriveva il suo percorso. Nel 1882 egli formò la Scuola di Kodokan in una saletta del tempio shintoista Eishoji sito nel quartiere Shimoya di Tokyo; con l’aiuto di soli nove studenti iniziò così a studiare e sviluppare l’arte del Judo.Kodokan si traduce in “scuola per studiare la via ” ovvero massima efficienza e minimo sforzo per superare l’avversario. Le tecniche prese a base per il "Judo Kodokan" si ispirano principalmente alle forme tradizionali delle scuole Kito-ryu e Tenjin Shinyo-ryu. Molte altre tecniche di Ju Jitsu furono modificate e affinate da quelle che in origine appartenevano alla tradizione, ma l'intima essenza del Judo, che faceva convergere forza e flessibilità, fu un concetto che Jigoro Kano definì a poco a poco con una ricerca razionale e con metodo scientifico. Assieme al patrimonio di esperienza e di pensiero, il Judo coltiva anche l'aspetto sportivo voluto dallo stesso Jigoro Kano. Egli riteneva infatti che questo fosse il modo migliore per la diffusione del suo metodo in tutto il mondo.

La pratica

L’allenamento nel judo si chiama okuden . Nella fase iniziale si insegna quello che viene chiamato judo inferiore, poiché si “lavora” sul corpo. Il principiante impara ad avere consapevolezza del pericolo, a valutare l’importanza dello spazio e la distanza nel contatto fisico. Le prese del judo e la vicinanza dei due avversari possono sviluppare, inoltre, una spiccata consapevolezza di forza e potenza . Lo studio approfondirà questi concetti:

  • Rei-no-kokoro è lo Spirito del Rispetto senza il quale lo studio porta rovina,
  • Waza è la Tecnica, disciplina e coordinazione del corpo,
  • Kime è l’Uso dell’Energia in tutte le sue eccezioni,
  • Keiko è il Duro Allenamento, che porta al distacco dai sensi e dall’ego.

Partendo dalla padronanza tecnica si inizierà l’approfondimento del Judo superiore che mira arafforzare la condizione interiore del praticante , attraverso:

  • Randori è la Concentrazione su un unico oggetto: la Tecnica,
  • Shiai è la Meditazione senza oggetto, senza paura né desiderio,
  • Kata è lo stato di Mu-shin, mente vuota e spirito creativo, che porta al Satori.

Lo scopo educativo del judo è far emergere la personalità dell’individuo, espressa attraverso la tecnica perfezionata ai più alti livelli.

Classificazione delle tecniche

Nel judo troviamo tre distanze di combattimento:

  • lunga (colpi, Atemi-waza)
  • media (proiezioni, lanci Nage-waza)
  • a contatto (tecniche di controllo, Kateme-waza)

ognuna a sua volta suddivisa in sotto-categorie:

ATEMI-WAZA Tecniche di colpi inferti con gli arti superiori e inferioriNAGE-WAZA Tecniche di proiezioneKATAME-WAZA Tecniche di controllo e lotta a terra
Tsuki-ate: colpi di braccio inferti in linea rettaTachi-waza : lanci eseguiti dalla posizione eretta, divisi in Koshi-waza, Te-waza, Ashi-wazaOsae-komi-waza: tecnica delle immobilizzazioni
Uchi-ate: colpi di braccio inferti con movimento circolareSutemi-waza: lanci eseguiti specificando la posizione, divisi in Ma-sutemi e Yoko-sutemiShime-waza: tecniche di strangolamento
Keri-ate: colpi dell’arto inferioreMakikomi-waza: lanci eseguiti in arrotolamentoKwansetsu-waza:tecniche di leva


Si deve dire che il judo è un’attività dura fin dall’inizio. È necessario un serio e lungo allenamento per abituare l’allievo alle asprezze di un’arte marziale. Oggi esistono moltissimi sport e attività per il tempo libero, i mezzi di comunicazione ci bombardano continuamente con proposte sicuramente più allettanti e facili del judo. Eppure sono molti, soprattutto i giovani, che si avvicinano a un pesante addestramento per acquisirne la totale padronanza. Questa disciplina oggi vanta milioni di praticanti tra cui i bambini che rappresentano una fetta consistente (circa il 40%), significativo è il movimento femminile che conta circa il 25% dei praticanti. Attualmente vengono organizzati tornei e campionati secondo il sesso fasce di età e peso.

Il segreto di tanto successo è una miscela di sensazioni fisiche, ricerca del gesto atletico, affinamento del tecnicismo e piacere per una lotta non violenta finalizzata al raggiungimento del controllo sull’avversario. Negli ultimi anni questa arte marziale ha mutato la sua pratica verso un modello che non impone più l’insegnante verso l’allievo ma verso una continua ricerca di stimoli e metodiche per coinvolgere sempre più gli atleti. In modo particolare questa evoluzione si evidenzia nell’aspetto didattico con i bambini, dove il Maestro inflessibile assume sempre più il ruolo di educatore.

Bibliografia:

Kodokan Judo, Dell'università del Judo di Tokyo - Edizioni Mondadori
Cesare Barioli, Il libro del Judo - De Vecchi Editore
Tony Reay, A scuola di judo - Edizioni Paoline
Sadaki Nakabayashi, Judo - Sperling & Kupfer
www.infojudo.com

Il Tai Chi Chuan

Il Tai Chi Chuan è un'antica arte marziale cinese basata sul concetto taoista di Ying-Yang, l'eterna alleanza degli opposti. Nato come sistema di autodifesa - Tai Chi Chuan significa letteralmente "suprema arte di combattimento" - si è trasformato nel corso dei secoli in una raffinata forma di esercizio per la salute ed il benessere anche se esistono alcune scuole che continuano ad insegnarlo e esercitarlo anche come vero e proprio sistema di difesa.
La pratica del Tai Chi Chuan consiste principalmente nell'esecuzione di una serie di movimenti lenti e circolari che ricordano una danza silenziosa, ma che in realtà mimano la lotta con un opponente immaginario. All’interno degli stili del Tai Chi Chuan (Chen, Yang, Sun, Wu, Wod, Hao) i più popolari sono loYang e il Chen. Il primo è il più praticato poiché il Chen richiede un’esercitazione molto più complessa ed esigente. Oltre al concetto di Yin e Yang, l’espressione che descrive questa tecnica risiede nel concetto di "Forma", un sistema di movimenti concatenati che vengono eseguiti in un modo lento, uniforme e senza interruzioni. Tali movimenti possono essere eseguiti a mani nude o con il supporto di particolari armi. Esiste anche un insieme di esercizi che vengono eseguiti in coppia, e che prendono il nome di Tui Shous.
Lo studio del Tai Chi Chuan inizia quindi con la sequenza di movimenti detta "forma lenta". Gradualmente si studiano i movimenti e si introducono i principi fondamentali: si impara ad acquietare la mente, a muovere il corpo in modo rilassato e consapevole, a calmare il respiro. La pratica attenta e costante di queste tecniche, grazie alla loro morbidezza, alla circolarità e alla lentezza con cui vengono eseguiti, rende il corpo più agile e armonioso migliora la postura ed ha un effetto benefico sul sistema nervoso e sulla circolazione. Scopo ultimo di questa arte è stimolare il libero fluire dell'energia vitale e così ristabilire armonia ed equilibrio tra corpo, mente e spirito.

La storia
In Cina, gli obiettivi del benessere fisico e di una accresciuta longevità sono stati affrontati sistematicamente sin dall’antichità, dalla quale si sono ereditate numerose tecniche di applicazione di una antica saggezza. La pratica di queste si può far risalire a Hwang Ti, l’Imperatore Giallo che dominò in Cina per un secolo intero nel terzo millennio avanti Cristo. Le sue pratiche includevano il T’u Na, esercizi di respirazione, e degli esercizi di meditazione. Queste esperienze furono in seguito conosciute sotto il titolo di “I Ching” il più antico libro cinese in materia di medicina. Secoli dopo il regno di Hwang Ti, i principi filosofici sottostanti alle tecniche sulla longevità da lui praticate vennero articolati e elaborati dai grandi filosofi taoisti, soprattutto nei classici di Lao Tzu (sesto secolo a.C.) e Chuang Tzu (quarto secolo a.C.). In pratica il Taoismo, assieme al Confucianesimo e al Buddismo divenne una delle tre grandi religioni cinesi, e l’unica fra tutte a sostenere che l’immortalità della persona è possibile, almeno nei principi se non proprio nella pratica, attraverso l’applicazione delle sue tecniche. Tecniche che hanno assunto forme sempre più numerose e raffinate con il passare dei secoli.

La filosofia del Tai Chi Chuan
Ciò che il Tai Chi Chuan offre è un ampio concetto di salute e di longevità , secondo il quale un organismo fiorisce soltanto se è propriamente nutrito e curato attraverso tutto il ciclo della sua vita. Innanzitutto occorre creare un nuovo tipo di approccio sul quale basare il riconoscimento che la longevità non è un valore per le persone anziane, ma per tutti senza limiti d’età. Essenziale per l’approccio cinese è l’intuizione che l’obiettivo di una longevità in piena salute debba essere perseguito anche da giovani e bambini. Il modo migliore per ottenere successi in questo campo consiste nello stabilire una disponibilità verso tali pratiche sin dalla più tenera età. Sia gli antichi taoisti che i confuciani sottolineano l’importanza di una mente serena per la salute ed il conseguimento di una autentica saggezza.


I benefici del Tai Chi Chuan
Il Tai Chi Chuan può essere praticato a tutte le età e per tutta la vita. Attraverso la pratica di questa disciplina si raggiunge il rilassamento mentale e si favorisce la concentrazione. Altri benefici consistono nell’eliminazione dello stress, miglioramento della mobilità articolare (i tendini si allungano e si distendono), aumento della profondità della respirazione con una conseguente ossigenazione del corpo in maniera ottimale, prevenzione di molte malattie aumentando la resistenza e la forza del corpo, prevenzione dell’osteoporosi, aiuto ad alleviare i dolori causati da problemi alla schiena e alle spalle. Inoltre è un forte aiuto psicologico per persone fortemente introverse producendo una graduale apertura ed estroversione verso il mondo circostante e gli altri. Per la medicina cinese, le malattie si sviluppano a causa di blocchi nei tragitti di circolazione dei meridiani. Come l’agopuntura, il Tai Chi Chuan, con i suoi movimenti morbidi e armoniosi, contribuisce a rendere più flessibili le articolazioni, eliminando blocchi cronici e a rendendo più scorrevole libero il flusso energetico. Insieme ad una dieta, ai massaggi e all’agopuntura, il Tai Chi Chuan integra l’insieme di tecniche offerte oggi dalla medicina cinese per salvaguardare il benessere psicofisico.
Negli ultimi tempi la cultura orientale ha cercato di migliorare i risultati ottenuti combinando queste antiche tradizioni con la medicina classica occidentale; allo stesso tempo, in Occidente, i centri olistici e di benessere e salute hanno incorporato tecniche della medicina cinese tradizionale, tra cui il Tai Chi Chuan, per offrire alle persone soluzioni efficaci nella guarigione o nel miglioramento delle patologie.
In parole semplici, il Tai Chi Chuan è costituito da una ginnastica profonda, sana e terapeutica che conserva la salute e favorisce notevolmente l’assetto psicofisico di ognuno.
Per ottenere questi benefici tuttavia, bisogna applicare bene quello che insegnano i maestri: "avere disciplina, perseveranza e pazienza", cioè praticare questa disciplina con costanza e per lungo tempo.

Gli effetti benefici delle tecniche del Tai Chi Chuan sui diversi sistemi e parti del corpo possono essere schematizzati in questo modo:

  • Sistema nervoso
    "Concentrare al massimo l’attenzione per un conseguente benessere del sistema nervoso"
    È noto che il sistema nervoso dirige e controlla i vari organi del corpo. Per mezzo di reazioni condizionate e spontanee, l’uomo si adatta a qualsiasi situazione, nonché al cambio di ambiente.
    Per praticare la tecnica del Tai Chi Chuan è necessario aumentare la capacità di concentrazione e non utilizzare la forza fisica per ottenere un buon allenamento, e perciò un buon funzionamento delle cellule del sistema nervoso. Il lavoro rilassato e il risveglio dell’attenzione del sistema nervoso fa si che il cervello abbia una buona influenza e un ottimo controllo sul resto dell’organismo. Per questo motivo, con il Tai Chi Chuan si avrà una sensazione di pienezza interiore e di benessere in tutto il corpo che produrrà, insieme alla non sottovalutabile attività fisica, un miglioramento della circolazione sanguigna e una maggior facilità nell’impostare una corretta respirazione.
  • Sistema cardiovascolare
    "L’aria come sinonimo di benessere"
    La pratica del Tai Chi Chuan dimostra che l’introduzione e l’espulsione di una maggior quantità di aria, e quindi di ossigeno, in ogni ciclo respiratorio favorisce il cambio di pressione all’interno del torace; in tal modo la circolazione coronaria è più libera ed efficace; risulta aumentata la capacità e l’elasticità dei capillari e si rinforza il processo di ossigenazione e riduzione di anidride carbonica nel corpo. Così migliora la nutrizione e il funzionamento del muscolo cardiaco prevenendo l’arteriosclerosi e le diverse malattie cardiache e cardiovascolari.

La pratica del Tai Chi Chuan
Il Tai Chi Chuan è un esercizio di autorilassamento i cui lenti movimenti sono coordinati rispetto alla respirazione e diretti da una mente libera, con doppio vantaggio sia per la salute fisica che spirituale. Questi esercizi aiutano a rischiarare la mente e rafforzare il cervello. Il Tai Chi Chuan si pone come obiettivo quello di fare entrare il praticante a conoscenza della propria energia. La pratica durante le lezioni è “silenziosa”, non occorre parlare ma “fare”: tutto passa infatti attraverso ciò che si fa e si sente. È importante che il Maestro metta in condizione l’allievo di sperimentare da solo il proprio lavoro, saranno le diverse esperienze a far crescere l’arte marziale. La mancanza di aspettative aiuta ad ottenere i risultati; abbandonarsi alla pratica e prendersi la responsabilità del proprio essere con desiderio di cambiare e mettersi alla prova. Il Tai Chi Chuan viene spesso associato ad una serie di benefici sui disturbi fisici spesso causati dall’inadeguatezza della nostra società ma è necessario sfatare l’ottica mistica di una pratica che resta un’arte marziale.

Kyusho - I punti vitali

Dai centri energetici allo studio dell’impatto nei colpi delle arti marziali

I centri soprasensibili, in cui l’energia sale a livello superficiale, costituiscono i punti vitali (Kyusho) distribuiti su tutto il corpo. Secondo la medicina tradizionale cinese, essi seguono i 14 meridiani che corrispondono ai canali nei quali scorre il Ki (energia o soffio vitale) in 365 punti del nostro corpo. Possono essere trattati con agopuntura, shiatsu o moxa, ma rappresentano anche i punti vulnerabili che un praticante di arti marziali deve conoscere per realizzare la massima efficacia nel combattimento.

Lo stato di benessere, lo «scorrere armonioso dell’energia lungo il sistema dei meridiani», dipende dalla capacità dell’individuo di regolare i suoi ritmi di vita, la sua dieta, il suo stato psichico: è il medesimo principio a suggerire una serie di esercizi fisici, per esempio anche a imitazione dei movimenti degli animali, che ha lo scopo di facilitare lo scorrere del Ki nel sistema dei meridiani. D’altro canto si può facilmente immaginare come la consuetudine al combattimento fisico, soprattutto senza armi, abbia permesso di fare importanti scoperte sulla circolazione energetica e quindi di aumentare le conoscenze sui punti efficaci nell’equilibrarla e nello squilibrarla: tant’è vero che ogni scuola di arti marziali ha custodito gelosamente per secoli e secoli le sue scoperte su quei punti che, colpiti con precisione e con la giusta pressione, possono provocare non solo dolore e paralisi temporanea, ma anche lesioni permanenti o addirittura morte.

Le tecniche mirano a colpire il corpo sui punti vitali illustrati in queste figure.


Colpire la testa è sempre molto pericoloso: si possono provocare una commozione cerebrale o danni al cervello. Colpire un avversario alla tempia, o al mento, è un modo per renderlo immediatamente incosciente. Un altro noto punto vitale è il plesso solare , un centro da cui i nervi s’irradiano nella zona epigastrica. Il centro di gravità del corpo è posto circa sette centimetri sotto l’ombelico. Questo è il punto intorno al quale occorre equilibrare tutti i movimenti. Se ci si muove in avanti, per bilanciarsi bisogna spingere una gamba indietro; se ci si piega verso terra, il peso dev’essere equamente distribuito dietro e davanti a questo punto. I cinesi chiamano questo punto dan-dian, i giapponesi hara, in ogni caso gli orientali ritengono che sia ilcentro della forza vitale del corpo. Per disarmare un avversario e immobilizzarlo, risulta particolarmente efficace premere le giunture o i nervi delle mani e delle braccia . Le ossa del polso sono fatte in modo da impedirne il piegamento laterale (in alto). Quando un avversario torce il polso (in basso), tutto il corpo deve piegarsi per assorbire la pressione. Nel corpo vi sono giunture che non possono muoversi in tutte le direzioni. Il gomito non si può forzare oltre i 180 gradi in alto. Premendo nella direzione in cui la giuntura non può più piegarsi, si obbliga tutto il corpo a rispondere. Colpendo i muscoli dellacoscia con il ginocchio, la gamba dell’avversario resta temporaneamente paralizzata. Esistono punti simili anche sulla mano e sull’avambraccio. Colpendo il tendine del ginocchio o il tallone d’Achille , cioè i tendini dietro il ginocchio oppure dietro il calcagno, verranno messi fuori uso la gamba o il piede dell’avversario.

Non tutti i centri energetici sono da considerare vitali, infatti si possono suddividere in:

  • punti vitali (che provocano disfunzioni immediate o ritardate);
  • punti terapeutici (che provocano benessere se massaggiati);
  • punti di agopuntura (utilizzati per curare, guarire, rigenerare il corpo o la mente).

C’è una relazione totale tra questi punti ma è indispensabile la padronanza del Kiper poterli colpire efficacemente.

Quando un combattente aggiunge all’abilità della percussione dei punti vitali anche tecniche di proiezione, strangolamento e slogamento può diventare molto temibile per l’ampia gamma di strategie a disposizione.

PUNTI MORTALI
(o che provocano perdita di coscienza)

Alla testa

Occhi, arcata sopraciliare e zigomi (Seidon)
Tra gli occhi (Uto, Chuto)
Tempie (Kasumi)
Fontanelle (Tendo)
Sotto il naso (Gekon, Jinchu)
Punta del mento (Kachikake)
Punta del mento laterale (Mikazuki)
Apofisi mastoide (Dokko)
Carotidi (Murasame e Matsukaze)
Laringe (Hichu)

Nella schiena

Base delle scapole (Haya-uchi)
Tra le scapole (Kassatsu)
Reni (Ushiro Denko)
Coccige (Bitei)
Sotto i glutei (Ushiro Inazuma)

Al corpo

Sterno (Tanchu)
Apofisi xifoide dello sterno (Kyosen)
Plesso solare (Suigetsu)
Tra la 4a e la 5a costola (Kyoe)
Tra la 5a e la 6a costola (Ganka)
Coste fluttuanti (Denko, Inazuma)
Testicoli (Kinteki)
Ombelico (Myojo)

PUNTI DOLOROSI
(non mortali)

Al braccio

Parte interna (Wanju)
Parte superiore del polso (Shuko)
Parte superiore della mano (Soto-shakutaku)
Articolazione interna del gomito (Chukisu)

Alla Gamba

Parte superiore della coscia (Fukuto)
Parte superiore interna della coscia (Yako)
Base del polpaccio (Kusanagi)
Rotula del ginocchio (Shitsu-kansetsu)
Tibia (Keiko)
Caviglia (Naike)
Dorso del piede (Kori, So-in)

BIBLIOGRAFIA

  • I segreti dei Samurai - Le antiche arti marziali (Edizioni Mediterranee)
  • Tao della salute e della longevità (SIAD Edizioni)
  • Le arti marziali dalla A alla Z (Sperling & Kupfer Editori)
  • A scuola dallo stregone (Rizzoli Editore)
Da: Lidia Katia Manzo

Tipi e diffusione delle arti marziali

Dal terzo secolo d.C. la storia delle arti marziali è consistita in un graduale sviluppo delle tecniche, in un arricchimento della filosofia e nella loro lenta diffusione, di solito a fianco della religione buddista.

In India e in Cina negli ultimi millecinquecento anni si sono sviluppate diverse arti marziali; molte si praticano ancora, e provengono quasi tutte dalle scuole d’origine. Il Kung Fu , per esempio, si ritiene derivi dalla lotta del tempio di Shao Li. I sistemi completi d’arti marziali, che comprendono l’ideologia e la pratica, oltrepassarono i confini cinesi e indiani per arrivare fino alla Corea, al Giappone, al Sud-est Asiatico. Le tecniche marziali praticate in Birmania, Tailandia, Malesia, Indonesia, Indocina e Corea, sono tutte forme chiaramente affini alla lotta cinese.

E’ il contenuto ideologico a distinguere un’arte marziale da una semplice "tecnica di combattimento". Anche se la diffusione delle arti marziali si può ripercorrere di paese in paese, non è ancora chiaro quando abbia avuto luogo il processo di assimilazione, cioè quando le tecniche locali si siano trasformate in arti marziali. I giapponesi, fortemente influenzati dalla cultura cinese, impararono molto presto le lezioni degli antichi maestri. E sulla base delle tecniche cinesi svilupparono lentamente le loro forme marziali.

Un elemento fondamentale delle tecniche di combattimento in Oriente deriva dalla tradizione religiosa e medica: l’uso calcolato della respirazione per acquisire forza, calma, velocità e scioltezza.

Gli stessi monaci che raccoglievano e trascrivevano i testi sacri e le tradizioni esoteriche orientali, tramandavano le conoscenze sulle pratiche empiriche di guarigione che erano alla base della loro visione religiosa. Negli stessi luoghi, come ci tramandano tutte le leggende sull’origine delle più antiche arti marziali, le stesse persone ideavano e praticavano esercizi fisici come lo yoga e il Tai chi chuan nelle sue forme più arcaiche, per sviluppare i poteri del corpo e della mente.

Per questo non ci sorprende oggi trovare una visione del rapporto uomo-natura e una concezione dell’unità mente-corpo, che sono straordinariamente analoghe a quelle che costituiscono il nucleo teorico delle medicine orientali più antiche, come quella ayurvedica, quella tibetana e il complesso sistema medico che, nelle sue numerose varianti, ruota attorno all’agopuntura cinese. Una visione integrata nella quale, mente e corpo, salute fisica e poteri psichici sono aspetti diversi di un‘unica realtà, quella dell’esistenza umana, che non può essere scissa nella contraddizione spirito-materia, come hanno fatto le culture originate dalle grandi religioni monoteiste del l’Occidente.

Da qui si può comprendere come le arti marziali vengano considerate ‘vie’: la via della flessibilità (Judo), la via della mano vuota (Karatedo), la via dell’unione degli spiriti (Aikido ), eccetera;l’apprendimento della tecnica non è mai considerato come fine a se stesso, ma come un percorso faticoso verso l’integrazione tra la mente e il corpo, verso la realizzazione del sé. E l’integrazione psicosomatica, l’espansione delle possibilità e la realizzazione del potenziale del corpo-mente sono proprio gli obiettivi delle arti orientali nell’accezione più ampia, che considerano la malattia come un'occasione data all’individuo per ripristinare il suo equilibrio psicofisico a un livello d’integrazione superiore.

L’esperienza e il contributo giapponese nella pratica del combattimento individuale, con o senza armi, sono certamente tra i più antichi, raffinati e durevoli mai documentati. È sufficiente considerare l’attuale popolarità mondiale di Kendo , Karate , Aikido , Kyudo , Judo, Ju jutsu e via dicendo, che sono sostanzialmente adattamenti o derivazioni moderne, per apprezzare l’influenza continuativa degli antichi metodi giapponesi di combattimento. Le antiche arti marziali vennero sviluppate e raffinate durante un lungo periodo di sperimentazione diretta sui campi di battaglia. In modo particolare in Giappone esse vennero profondamente revisionate e ritualizzate in modelli trasmissibili di allenamento durante i secoli di isolamento assoluto delle isole. Metodi di combattimento che, nonostante le evidenti diversità nella scelta delle armi, producevano grandi rassomiglianze nelle tecniche e, soprattutto, una concezione quasi identica delle motivazioni interiori, basate su certi schemi sociali di comunicazione e reciprocità, esemplificati mediante lo sviluppo della coordinazione fisica, funzionale e psicologica. Ora il Giappone è il paese dell’Asia con più varietà d’arti marziali e con il maggior numero di praticanti in rapporto alla popolazione.

In Occidente, prima del ventesimo secolo, ben poco si sapeva delle arti marziali orientali. Verso il 1900 due o tre inglesi e altrettanti americani incominciarono a imparare il judo e altre arti marziali giapponesi. L’interesse, comunque, crebbe molto lentamente fino al 1945 quando, sull’onda dell’entusiasmo dei soldati americani che erano di stanza in Giappone, il numero dei praticanti s’alzò in modo incredibile. La diffusione in Occidente d’arti marziali provenienti da altre parti dell’Asia fu invece molto più lenta. Solo recentemente i maestri cinesi che praticano a Hong Kong o a Taiwan hanno incominciato a cedere alle richieste occidentali di rivelare le loro tecniche, perché queste possano essere insegnate in Europa e negli Stati Uniti.

Le arti marziali oggi in Asia

GIAPPONE

Tecniche a mani nude

Judo

Aikido

Ju-jutsu

Shaorinji Kempo

Sumo

Tecniche con armi

Kendo

Kyudo

Iaido

Jukendo

Naginata do

So jutsu

Nin-jutsu

ISOLE DI RYUKYU

Karate di Okinawa

Kobudo

CINA – TAIWAN – HONG KONG

Combattimento armato

Wu-shu

Kung-fu

Arti dure (esterne)

Lotta del nord e lotta del sud tempio Shao Lin

Arti morbide (interne)

Tai chi chuan

Xing yi

Ba gua


INDIA

Kalaripayit

Tecniche con bastone e pugnale

Tecniche senza armi

BIRMANIA

Bando

Banshei

Lotta con pugni e calci

COREA

Tae kwon do

Tang soo do

Hwarang

CAMBOGIA – LAOS – VIETNAM

Pugilato tradizionale con calci

Tecniche con armi

TAILANDIA

Pugilato tai

Krabi krabong

FILIPPINE

Tecniche con armi

MALAYSIA

Bersilat

INDONESIA

Pentjak silat

Tecniche con armi

Le radici delle arti marziali

Le arti marziali delle grandi tradizioni orientali suscitano un grande interesse e curiosità anche in occidente e ciò spinge a porsi la domanda: hanno avuto un'influenza sulle nostre radici culturali e quando e dove ebbero origine?

Uno dei primi elementi che viene alla luce è che queste si sono diffuse per tutto l’Estremo Oriente, ma nell'antichità apparentemente non sono mai state praticate in Europa, neppure nell’area del Mediterraneo, dove si erano stabiliti dei contatti con l’Oriente già prima che fiorisse l’Impero romano. Le descrizioni delle tecniche di combattimento occidentali del passato infatti non fanno riferimento a tecniche praticate a est dell’India. La lotta e il pugilato di greci e romani, sebbene violenti, avevano soltanto qualche rassomiglianza con i loro corrispettivi orientali. I Greci praticavano una forma di lotta particolarmente violenta, il pancrazio, che finiva con la sottomissione o la morte del vinto. I gladiatori romani si servivano di abili tecniche di combattimento, si addestravano in scuole speciali, ma, nonostante si trattasse di una tecnica sofisticata, la lotta fra gladiatori divenne un vero e proprio spettacolo, staccandosi così da ciò che s’intende per arte marziale.

Per quanto riguarda l'origine, forse la testimonianza più antica potrebbe essere costituita da due statuette babilonesi datate fra il 3000 e il 2000 a.C. L’una rappresenta un uomo con la mano nella caratteristica posizione di parata, l’altra mostra due uomini che lottano tenendosi l’un l’altro per la cintura, una forma di combattimento simile al Sumo, ancora oggi popolare in Giappone.

Non esistono altre prove che le arti marziali siano nate in Mesopotamia, tranne la considerazione che lì ha avuto origine una civiltà che avrebbe esercitato una forte influenza sia a oriente sia a occidente. I Cinesi già si divertivano alle esibizioni di acrobati indiani e del Mediterraneo orientale, molto prima che le vie della seta divenissero il percorso commerciale tra la Cina imperiale e Roma. In un certo senso è ancora evidente la stretta relazione tra i movimenti degli acrobati e quelli di chi pratica le arti marziali, come è altresì lunga la tradizione di correlazioni tra le tecniche di combattimento e quelle di spettacolo.

Quello che è certo è che l’arte marziale che giunse per prima in Oriente dalla Mesopotamia era molto primitiva e incominciò a evolversi in India e in Cina fino a culminare nelle sofisticate tecniche di oggi. Le tecniche di respirazione, allora sviluppate, sono tuttora pratiche proprie delle religioni del Medio Oriente, oltre a essere fondamentali negli esercizi yoga e in quelli cinesi per la longevità che costituirono probabilmente l’odierno Tai chi chuan .

La leggenda

Una leggenda narra d’un monaco indiano, chiamato Bodhidharma , giunto al tempio di Shao Lin (ai piedi dei monti Song Shan, nel regno di Wei, in Cina), che insegnava un approccio nuovo al buddismo, più diretto, che comprendeva anche lunghi periodi di stasi meditativa. Per aiutarli a sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò loro tecniche di respirazione ed esercizi per sviluppare la forza e le capacità di autodifesa nelle zone montuose dove vivevano.
Si ritiene che da questi insegnamenti sia nato il dhyana o scuola meditativa del buddismo, chiamataChan dai cinesi e zen dai giapponesi. La tecnica di combattimento conosciuta come Shaolinquan , o"lotta del tempio di Shao Lin" , si basa probabilmente sui suoi esercizi. Si pensa che molte tecniche di combattimento cinesi e giapponesi derivino da questa tradizione.

Esistono molti dubbi sull’attendibilità di questa leggenda tuttavia, fin dall’antichità, meditazione ed esercizi marziali furono aspetti complementari del buddismo; l’uno passivo e statico, l’altro attivo e dinamico.

I libri in cui sono contenuti gli insegnamenti di Bodhidharma furono scritti tutti dopo la sua morte, inoltre tutte le testimonianze del tempio di Shao Lin andarono bruciate nel 1928, ed è molto improbabile che si possano trovare altri documenti che vedano Bodhidharma come il patriarca del Chan e delle arti marziali; ciò nonostante i suoi insegnamenti vivono tramite i praticanti delle arti che si dice abbia fondato.

L'ideologia, i valori

Ma la nascita di un’arte marziale non si fonda soltanto sulla pratica di certe tecniche e sulla resistenza fisica. Esiste un contenuto ideologico, una serie di valori che si basa su una specifica visione del mondo e del posto dell’uomo all’interno di esso. Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano avuto un fondatore comune, così come risultano strettamente connesse anche la loro filosofia e la loro evoluzione storica.

È nella prima metà del secondo millennio a.C. che vissero i due più grandi filosofi cinesi. Confucio,che ci ha lasciato la sua teoria sull’uomo e sulla società intorno al 500 a.C., e Lao Ce che si pensa abbia esposto la sua visione mistica dell’uomo e del tao, o ‘via della natura’, intorno al 300 a.C. Il taoismo è particolarmente importante per la storia delle arti marziali cinesi, anche se le arti taoiste si sono diffuse all’esterno dell’Asia cinese solo in tempi recenti.

Anche la filosofia del buddismo, fondata dal principe Gautama Siddharta Buddha, nato nell’India nord-orientale verso il 560 a.C., ha profondamente influenzato le scuole d’arti marziali di tutti i paesi in cui s’è diffusa, in Cina come in Giappone, in India come nel Sud-est Asiatico.

A livello filosofico le dottrine del buddismo, del confucianesimo e del taoismo sono state riconosciute come le basi filosofiche delle tradizioni marziali non solo indiane e cinesi, ma di tutta l’Asia.

Le arti segrete

Un altro elemento particolare è la constatazione che qualunque studio sulla storia delle arti marziali è costretto a essere poco più che una speculazione basata su pochi fatti, i maestri d’un tempo infatti non rivelavano facilmente il loro sapere. A pochi veniva concesso di dividere con loro tecniche e conoscenze accumulate in anni di dedizione. Si racconta di giovani che attesero per anni l’onore di accedere ai luoghi di pratica e a cui, una volta entrati, fu proibito di dividere con altri questa loro esperienza.
In molte scuole la pratica si svolgeva in assoluta segretezza e la stessa esistenza della scuola era spesso tenuta nascosta alle autorità. Le tecniche di combattimento tradizionale non venivano quasi mai trascritte, ma trasmesse a voce solo a coloro che giuravano di mantenerne il segreto. Per esempio, il Tai chi chuan si basa su principi teorici di circa duemila anni fa, anche se non fu mai trascritto prima del 1750.

Questa tradizione di segretezza rende estremamente difficile qualunque ricerca nel campo delle arti marziali.

Le applicazioni delle arti marziali e le loro implicazioni filosofiche

Le arti marziali si sono evolute in due forme applicative: come strumento di lotta e come mezzo di comunicazione sociale.

La prima applicazione è sempre stata la più comune e anche impressionante. Dato il tipo mortale di strumenti nei combattimenti con le armi, ma anche il modo potenzialmente pericoloso in cui il corpo umano veniva usato, è facile qualificare come prima applicazione l’antico dilemma dell’uomo posto di fronte ad un altro uomo in combattimento: vincere o perdere, sconfiggere o venir sconfitto, soggiogare o venire soggiogato, uccidere o essere ucciso. Questa dimensione derivava da un ambiente estremamente ostile dove era necessario garantirsi la sopravvivenza.

La seconda applicazione era intesa come forma di comunicazione sociale, modellata dalle sequenze precise di un rituale, dove gesti e armi erano usati simbolicamente per esprimere un’idea, evocare una tradizione, alleviare le paure dell’uomo. In questo senso divenne uno spettacolo e assorbì le nobili arti della tradizione: ad esempio l’arte dell’arco ancora oggi viene usata come cerimonia, ma esistono numerosi esempi di dimostrazioni legate alla religione o ai dignitari come il Sumo, o i kata(esercizi formali) del Karate .

L’evolversi di queste discipline in qualcosa di ben più complesso dell’esercizio ginnico per lo studio dell’hara ( punto di equilibrio, sorgente del soffio vitale) e del ki (energia vitale), trasformarono le arti marziali in metodi d’integrazione universale che si prefiggevano il conseguimento di una posizione equilibrata nel centro della realtà e una partecipazione alla sua energia coordinata e illimitata, intesa a perfezionare l’evoluzione della personalità di un uomo. La cultura e la filosofia dell’arte marziale influenzano l’una e l’altra.
Per comprenderle più profondamente occorrerebbe conoscere le distinzioni tra i differenti retroterra delle varie arti, come il taoismo e il buddismo in Cina, lo zen e lo shintoismo in Giappone, che sono alla base di atteggiamenti e di pratiche nelle arti marziali.

Arte marziale come disciplina di vita

Attraverso la pratica marziale i Maestri di queste discipline hanno imparato a condurre una vita semplice, a nutrire un profondo rispetto e amore per il prossimo.

"La via del guerriero è una via che ha un cuore, perché è una via che passa attraverso la fatica e la sofferenza dell’evoluzione personale per andare verso la ‘centratura’ del guerriero su se stesso".

Citava Musashi una “Visione serena dei doveri” nel senso di accogliere l’esercizio dei propri doveri come occasione di miglioramento, nell’esercizio delle Arti ma anche nel quotidiano. L’affinare spirito e volontà è dovuto in ogni occasione: la pratica è solo una parte dell’allenamento complessivo dell’individuo. Disciplina, sacrificio e generosità hanno ragione d’essere per influenzare il quotidiano. Chi pratica queste discipline deve possedere una volontà di ferro, un’energia e una forza eccezionali e fare continuamente pratica per raggiungere la perfezione.
Così la via diventa via, attraversamento di emozioni e di energie sempre nuove e sempre in rinnovamento, all’interno del quale la pratica marziale si risolve in un piano di realtà più alto.


A cura di: Lidia Katia Manzo