venerdì 8 gennaio 2010

SHÔRINJI-KEMPÔ

SHÔRINJI-KEMPÔ



Il termine Shôrinji è una trascrizione fonetica di“Shaolin-tsi” , nome del tempio Shaolin: anche questo stile, come il Kung Fu, deriva dall’arte da combattimento praticata nel monastero cinese considerato come l’origine di un gran numero di correnti delle arti marziali. L’arte marziale giapponese dello Shôrinji-kempô si identifica come uno stile particolare di Karate studiato dai religiosi zen durante gli esercizi di non-meditazione “Zazen”, originale per le sue tecniche di pugno, forti e veloci, e per gli agili spostamenti delle gambe.

Fu il monaco buddista So Doshin che creò questo stile in Giappone dopo la seconda guerra mondiale.
Secondo il pensiero del suo fondatore, questa arte insegna che il corpo e lo spirito sono indissociabili e devono essere allenate con la pratica del kempô e con la meditazione zen in posizione assisa (lo Zazen) affinché il praticante possa elevarsi agli insegnamenti di Buddha.
Impostata sulla ricerca dell’efficacia in combattimento, abbinata alla meditazione, questa arte marziale richiede al praticante una partecipazione totale alla sua ideologia. Gli esperti indossano addirittura un saio monacale sopra il karategi (kimono).

Le origini

Lo Shôrinji-kempô è una disciplina per esercitare la mente ed il corpo. Si pone come la naturale continuazione dell’antica arte marziale tramandata nei secoli, insieme con la meditazione Zen, dai monaci Buddisti del Monastero di Shorinji (Shaolin-tsi) in Cina, che la usavano come pratica di autodifesa e come esercizio fisico vitalizzante. Secondo la leggenda, un gruppo di monaci Buddisti cinesi, attraverso il susseguirsi delle varie generazioni, avrebbero tramandato gli insegnamenti sia del kempô, come metodo di autodifesa e di sviluppo di un fisico sano, sia della meditazione Zen, come disciplina spirituale.

Largamente diffuso in Oriente, solo da pochi anni viene insegnato con successo anche in Europa, dove viene consentita la pratica anche alle culture non Buddiste pur mantenendo intatta la forma tradizionale, che vuole la meditazione Zen e la Filosofia Kongo Zen praticate allo stesso livello delle tecniche marziali.

Lo Shôrinji-kempô moderno nasce ufficialmente con la fondazione della W.S.K.O. (World Shôrinji-kempô Organization) nel 1947 ad opera del giapponese Doshin So (1911-1985) (a cui è succeduta la figlia Doshin So II) che fondò il tempio principale (tuttora esistente) sull'isola dell'arcipelago giapponese Shikoku nella cittadina di Tadotsu.

La pratica

Il lato prettamente marziale di questa disciplina è costituito da oltre 600 tecniche a mani nude tra "dure" (calci e pugni) e "morbide" (prese, torsioni, leve e proiezioni). I livelli di apprendimento variano coi passaggi di grado (le cinture: bianca, gialla, verde, marrone, nera) fino al raggiungimento del 6° dan per l'apprendimento tecnico (7°, 8° e 9° sono gradi di "benemerenza"). Lo Shôrinji-kempô porta il praticante allo studio ed allo sviluppo di:

  • ‘Shin’ spirito
  • ‘Tai’ corpo
  • ‘Chi’ saggezza.

A sua volta l’allenamento di Tai (corpo), porta allo studio del:

  • Goho (tecniche dure)
  • Seiho (tecniche di risanamento o curative)
  • Juho (tecniche morbide o cedevoli)

Così come le tecniche dello Shôrinji-kempô sono divise in Goho, Juho e Seiho, l'allenamento di ogni praticante è diviso in allenamento fisico, intellettuale e spirituale. Queste hanno inoltre tutte origine dall’applicazione di tre generi di movimento: circolare, diretto, curvo. Ma nello Shôrinji-kempô la distinzione tra tecniche “dure” e le tecniche “morbide” è puramente concettuale, in quanto le stesse risultano combinate tra di loro in un unico armonioso disegno, nell’unione di durezza e morbidezza.


La pratica dello Shôrinji-kempô è stata ideata specificamente per il beneficio in tre aspetti della vita: auto-difesa, sviluppo spirituale e promozione della salute. È un metodo efficace ma la sua vera essenza sta nella filosofia Kongo Zen che mira allo sviluppo delle potenzialità interiori dell’uomo, quali la saggezza, la forza, il coraggio e l’amore.L’approccio del Kongo Zen alla vita, dunque, non consiste nel fare le cose alla perfezione ma nel portare avanti ogni azione con tutto il proprio cuore e vivere ogni momento pienamente. A tal fine la filosofia Kongo Zen insegna che la pratica del kempô non ha come obiettivo la supremazia sull’avversario, ma si fonda sul rispetto e la comprensione dei nostri compagni, affinché attraverso la dedizione alla cooperazione si possa maturare spiritualmente e fisicamente.

Lo Shôrinji-kempô nel mondo viene gestito e divulgato sotto il diretto controllo di una unica organizzazione, la World Shôrinji-kempô Organization (W.S.K.O.), ed il suo metodo ed i suoi principi sono soggetti alla supervisione del Kongo Zen Sohonzan Shôrinji. In Italia l’insegnamento e la diffusione sono delegate in forma esclusiva dalla W.S.K.O. alla F.I.S.K., Federazione Italiana Shôrinji-kempô, mentre sul territorio l’insegnamento della disciplina viene svolto esclusivamente all’interno di strutture ufficialmente riconosciute dalla W.S.K.O., denominate Branch. Attualmente la W.S.K.O. riconosce in Italia complessivamente 18 Branch, che insieme ne costituiscono la Federazione Italiana.

La Meditazione Zazen

L’addestramento può essere suddiviso in esercizio della tecnica (ekkin-gyo) e pratica del chinkon (chinkon-gyo), che è incentrato sulla meditazione Zazen. La meditazione seduta, Zazen, è stata tramandata da sempre insieme all’insegnamento delle tecniche.Lo Zazen si esegue durante ogni seduta di allenamento, per coltivare una respirazione corretta e cosciente, per esercitare il rilassamento e per sviluppare la calma della mente. Praticando chinkon-gyo si impara, inoltre, ad utilizzare un metodo particolare di controllo del respiro. Il suono corrispondente al termine giapponese di respiro può anche significare "volontà" o "ki" ed il respiro è la sorgente del "ki", l’energia vitale. Analogamente, quando la mente è confusa, il respiro diviene irregolare. È per questo motivo che per secoli il controllo del respiro è stato considerato il primo passo verso la pratica dello Shôrinji-kempô. Una respirazione appropriata aiuta a purificare il sangue e a sviluppare un corpo in salute. Aumentare il flusso di sangue al cervello (sede della coscienza), è anche efficace nel promuovere un’attività mentale sana, ivi compreso un aumento di concentrazione.

Mu – Vuoto – Mente trasparente

Ci sono molti elementi diversi che vanno a creare l’arte marziale: immagine perfetta, perfetta confidenza tecnica, perfetta condizione fisica, psicologica - spirituale e giusto ambiente. Se tutto questo è presente nello stesso momento non si può sbagliare. Forza, movimento, impatto: queste sono le fasi che caratterizzano l’espressione dell’energia vitale nelle arti orientali, ma prima ancora tutto ha inizio dalla concentrazione. La meditazione è collegata al concetto di mente trasparente: è impossibile concentrarsi se siamo offuscati da mille pensieri. Dobbiamo creare il vuoto mentale e da questo status meditativo possiamo partire per manifestare la nostra energia interiore attraverso una tecnica marziale. Quale è il significato del Mu? È un concetto molto importante della filosofia zen per cui tutto è perfettamente trasparente, non esistono preoccupazioni perché il mondo è vuoto: questo è l’elemento più importante del satori. Il concetto è valido per ogni forma d’arte che nasce dall’energia interiore: la forza e l’esplosività, vivono sotto al livello della coscienza. Il colpo deve arrivare prima del pensiero, occorre essere incoscienti, o meglio lasciare libero il fluire dell’energia vitale.

Lo Shôrinji-kempô si propone di sviluppare individui che saranno d’aiuto agli altri. Le qualità che consentiranno di fare ciò sono il coraggio, la motivazione, l’intelligenza ed il senso di giustizia.

Partendo dalla comprensione della complessa interazione tra corpo e spirito, il corretto sviluppo di ogni praticante avviene dall’equilibrio tra un corpo risoluto ed una mente sana. Per sviluppare la forza e il coraggio per affrontare le sfide, nonché per divenire efficaci sotto sforzo, i praticanti di Shôrinji-kempô debbono rinforzare sia il corpo che lo spirito. Lo Zazen nello Shôrinji-kempô si fonda sull’inscindibile unione ed interazione di corpo e spirito, di azione e quiete.

Fonti tratte da:

    • W.S.K.O. - World Shôrinji-kempô Organization www.shorinjikempo.or.jp
    • Federazione Italiana Shôrinji-kempô: www.shorinjikempo.it
    • Le arti marziali dalla A alla Z – Sperling & Kupfer
    • Guida alle arti marziali – Oscar Mondadori
    • Storia del Karate – Luni Editrice

  • JŪJUTSU



    Il Jūjutsu, conosciuto anche come Jūjitsu, è l'arte marziale giapponese della flessibilità. La parola Jutsu, letteralmente metodo, arte o tecnica si associa a“jū”, flessibile, cedevole, morbido, ad indicarne appunto la particolarità di esecuzione. Il Jūjutsu era praticato dai bushi (guerrieri) che se ne servivano per sconfiggere gli avversari provocandone anche la morte, a mani nude o con armi. Lo spirito di quest’arte insegna che occorre assorbire l’energia dell’attaccante e attraverso il controllo e l’armonia restituire la stessa potenza.

    Le origini

    La lunga storia e la complessa tradizione dell’arte giapponese del combattimento si concretizzano in una varietà di forme, metodi e armi, ognuno dei quali costituisce una specializzazione particolare di quest’arte. Si ritiene, in genere, che il sedicesimo e il diciassettesimo secolo siano stati l'epoca aurea del bujutsu, le arti da combattimento giapponese. Tutte le più antiche scuole, infatti, collegano la loro origine a quei tempi turbolenti di lotte sociali, da cui uscirono vittoriosi i Tokugawa. Esistono testimonianze che riportano la pratica del Jūjutsu già molti secoli prima del 1600, ma sotto altri nomi, quali Kogusoku, Yawara, Tode e Kumiuchi. Come è inevitabile per le arti orientali, anche gli influssi di altre discipline influenzarono lo stile del Jūjutsu che risentì delle tecniche di combattimento cinesi e dell’isola di Okinawa.
    Nei secoli, il Jūjutsu si sviluppò attraverso numerose scuole, come la wa-jutsu, la yawara, la kogu-soku, la hakuda, la shubaku, la kempo: da alcune di queste nasceranno il Judo e l'Aikido. In confronto, il periodo Tokugawa, con i suoi controlli rigorosi e il severo mantenimento dell'ordine, sembrerebbe essere stato piuttosto un periodo scoraggiante, per coloro che si interessavano all'evoluzione del bujutsu disarmato, invece, fu un'epoca particolarmente favorevole alla tranquilla, meticolosa raccolta e sistematizzazione di tutte le tecniche ereditate dal passato, che vennero affinate e migliorate.

    La leggenda del salice

    Una leggenda fa risalire la “scoperta” dei princìpi del Jūjutsu all’intuizione avuta, molti secoli fa, dal medico Shirobei Akiyama. Egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, in particolar modo le arti cinesi legate alla pratica della medicina tradizionale orientale, senza però ritenersi convinto del risultato. Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare. Osservò un giorno, durante una abbondante nevicata, che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti lasciandoli spogli. Posò, allora, lo sguardo su un albero rimasto miracolosamente intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere e riprendendo subito dopo la posizione naturale.

    L' importanza del principio della non resistenza diede origine ad una delle scuole più antiche di Jūjutsu, la Yoshin ryu, “Scuola del Cuore del Salice”.

    Le tecniche di base

    Le tecniche seguono il principio di "JU" (elasticità, morbidezza) ossia di "non resistenza": l'attacco viene neutralizzato assecondando la forza dell'avversario, evitandola mediante una schivata o intercettandola all'origine del movimento.

    • ATEMI - percussioni, portate con le mani, i piedi, i gomiti o le ginocchia a colpire i punti vitali
    • GYAKU - lussazioni, leve, torsioni o slogatura delle articolazioni
    • NAGE - proiezioni, sbilanciamenti a terra dell'avversario
    • OSAE - immobilizzazioni e controllo dell'avversario, sia in piedi che a terra
    • SHIME - soffocamenti e strangolamenti


    Gli atemi vengono usati principalmente per indebolire l'avversario, sia fisicamente che psicologicamente, al fine di poter eseguire l'azione che ne consegue (proiezione, immobilizzazione ecc.) sfruttando l’iniziale energia dell’attaccante. La pratica della tecnica si completa ad un livello più alto con lo studio delle armi antiche dei samurai: katana (spada lunga), kodachi (spada corta), chobo (bastone lungo) e hanbo (bastone corto).

    La pratica del Jūjutsu

    Il principiante di Jūjutsu, attraverso un primo approccio fisico alla tecnica, cercherà di cogliere i punti di forza e debolezza dell'avversario. Uno studio più approfondito dell’arte marziale, insegnerà all’allievo che occorre stabilire un legame sia fisico che mentale: nell'azione dinamica di un duello, i muscoli e la mente devono flettersi e adattarsi a circostanze perennemente variabili. Caratteristica del Jūjutsu è il principio del JU che si riferisce alle forze della cedevolezza, che sfruttano la forza dell'attacco dell'avversario per sconfiggerlo. Ju è la forza flessibile, “una potenza gentile ” nel senso che la tecnica utilizzata comprende la malleabilità, cede e assorbe per poter resistere, instaura un meccanismo di dolcezza duratura.

    Come la crescita primaverile del bambù, il “Ju” del Bushi, il guerriero giapponese, è sempre flessibile anche se inarrestabile come la stagione stessa.

    Il principio dei Bushi giapponesi ci porta sempre a distinguere tra la forza muscolare “chikarà”(fattori esterni) - che nelle forme marziali armate era accresciuta anche dalle armi appunto e non solo dalla tecnica - e l'energia intrinseca della volontà, della coordinazione mentale e dell'estensione del ki (fattori interni). I Maestri fondatori del Jūjutsu intendevano comeprincipio strategico del combattimento, il controllo dell'energia coordinata, basato sul centro d'integrazione addominale. Questo addestramento esaltava la pratica della respirazione addominale e gli esercizi attivi di coordinazione, anziché quegli esercizi di meditazione e di concentrazione considerati troppo statici per i fini del guerriero.

    Fonti:

    • I segreti dei Samurai – Le antiche arti marziali (Edizioni Mediterranee)
    • Ju-jitsu International Federation (J.J.I.F.), www.jjifweb.com
    • Associazione Italiana Ju-Jitsu e Discipline Affini (A.I.J.J. e D.A.)
    • Nihon Budokan - Ente Governativo giapponese di tutela del Budo (Arti marziali) tradizionale
    Lidia Katia Manzo

    SUMO



    Letteralmente la parola Sumo significa strattonarsi l'uno con l'altro: il fine non è quindi quello di colpire, come in altre arti marziali, ma quello di riuscire a sbilanciare l’equilibrio di un avversario a dir poco “mastodontico”. In Giappone, i metodi di combattimento senza armi, ideati ed applicati nel loro lungo periodo feudale (iniziarono ad apparire nella dottrina marziale dal sedicesimo secolo in poi), avevano in comune fra loro certe caratteristiche strumentali e funzionali intrinseche. Ad esempio l’uso del corpo umano, debitamente addestrato, condizionato e rafforzato.

    Le origini

    Antica forma di lotta, il Sumo ha conservato elementi della sua lunghissima tradizione. Prima del periodo tra il 1570 e il 1600, sembra fosse una forma di combattimento molto ampia che, sebbene modificata per quanto riguardava i colpi e i calci mortali (proibiti da un decreto imperiale durante il regno Shomu perché giudicati ineleganti), non differisse sostanzialmente dalla lotta mongola o persino da certi stili europei. Nel 1570 venne introdotto il ring, dohyo e le regole di base che fissavano i ranghi, gli scopi e le tecniche fondamentali. Ancora oggi l’organizzazione del Sumo mantiene l’antica divisione in tre gruppi dei suoi seguaci: i lottatori, gli arbitri e i giudici.

    Il Sumo ha attraversato i secoli trasformandosi da intrattenimento per gli imperatori a forma d’arte e spettacolo nazional popolare, alla ricerca di un equilibrio costante tra tradizione e innovazione.

    I lottatori, sumotori

    Si tratta di uomini insolitamente alti e poderosi, scelti per la loro incredibile grandezza e condizionati per mezzo dell’allenamento e di diete appropriate in modo da raggiungere proporzioni colossali. Più pesante è il sumotori, più basso sarà il suo centro di gravità e quindi più difficile diventerà espellerlo dal ring. I lottatori di Sumo mantengono il loro peso attraverso una speciale dieta chiamata “chanko nabe”, lo stufato tradizionale a base di riso, maiale, uova e vegetali. Nonostante le apparenze, i sumotori non sono esclusivamente grassi anzi, oltre a compiere regolarmente esercizi di sollevamento pesi per aumentare la loro resistenza, sono sorprendentemente agili! A causa dei campioni minimi di peso e altezza (5'7"e 165 libbre), alcuni si riempiono di acqua per fare fronte alle richieste minime. Ogni lottatore porta una tradizionale acconciatura dei capelli, chiamata ichomage. Risale al periodo Edo del Giappone (1603-1867) e non ha una funzione meramente decorativa, assicura infatti protezione alla testa durante le cadute.
    Tutti i sumotori portano la classica cintura di seta che la tradizione fa risalire alle imprese di Hajikami od Omi, un lottatore di tale forza e abilità che in un torneo tenuto a Osaka mille e cento anni fa non fece toccare a nessuno degli avversari nemmeno la corda, shimenewa, legata intorno alla sua cintola! Prima o dopo l’incontro, i grandi campioni sono autorizzati a portare la cintura cerimoniale, di seta riccamente ricamata e decorata, il kesho-mawashi, la cui tradizione risale ad un altro lottatore, il possente Akashi, che nel 1600, imbarazzato dalla propria nudità al cospetto dell’imperatore, si avvolse in un enorme stendardo appeso in un’asta vicina, stabilendo così inconsapevolmente una moda che viene seguita ancora oggi.
    Storicamente, queste cinture ricamate, rappresentavano il signore feudale a cui apparteneva il lottatore, ma oggi denotano il suo luogo di nascita, la casata, il grado e lo sponsor.
    Formato da seta pesante, il mawashi è piegato in sei ed è avvolto intorno all'inguine ed alla vita da quattro a sette volte, e rappresenta una parte importante della tecnica del lottatore: ci sono quasi 70 modi differenti per manovrare l’avversario attraverso prese sul mawashi.
    Ogni campione è, infine, scortato da un attendente tsuyuharai, come per i capi militari feudali, e da un portatore di spada, tachimochi.

    La piramide gerarchica

    I sumotori possono raggiungere diversi gradi e titoli in base all’esperienza e alle vittorie raggiunte.

    Ordini di campioni SankakuGrandi campioni: Yokozuna
    Campioni: Ozeki
    Campioni minori:Sekiwake
    Precampioni: Komusubi

    1° Rango, lottatori senioresMaegashira

    Aspiranti al 1° RangoJuryo

    Seniores del 2° RangoMaku-shita

    Grado di Dan3° Sandamme 2° Jo-nidan 1° Jo-no-kuchi

    ApprendistiPrincipianti: Honchu Reclute: Maezumo

    Le tecniche, kimarite

    Il lottatore parte da una posizione in accosciata, Shikiri-no-kamae, con il corpo appoggiato sui calcagni. Dalla guardia si tentano le varie tecniche, basate sui principi di forza, agilità e strategia comuni alle altre arti marziali e alle antiche forme di lotta greco-romana.

    Esistono circa duecento movimenti fondamentali, derivanti da trentadue "tecniche di base", o combinazioni di esse:

    • Spinta con le sole mani, tsuki
    • Spinta con tutto il corpo, oshi
    • Presa, yori

    Le diverse applicazioni si differenziano per piccoli dettagli, ad esempio se il lottatore continua a tenere la presa mentre porta fuori il suo avversario o se invece lo "spinge" via.

    • Proiezioni, ipponzeoi
    • Traino, utchari

    Le proiezioni sfruttano la forza e la velocità dell'avversario al fine di sbilanciarlo dalla sua posizione. I lottatori di Sumo non avendo "prese" sulla giacca come nel Judo o nel Karate, usano solo il mawashi (perizoma) o addirittura prese articolari strette sulle braccia per effettuare il lancio.

    • Sollevamenti, tsuridashi

    Le prese con sollevamento sono momenti di spettacolo imprevedibile negli incontri di Sumo. Uomini di oltre cento chili che ne sollevano di altrettanto pesanti!

    Le tecniche si possono, a loro volta, dividere in due gruppi:

    • contatto fisico limitato percuotere con le mani, tsuppari; sgambettare, hataki-komi; sferrare colpi con le gambe,ketaguri; effettuare prese con le gambe, ashi-tori
    • contatto fisico completo sono compresi un ampio numero di colpi inferti con la testa, le braccia e l'anca, e soprattutto le proiezioni, Utchari (come nell'immagine di esempio) efficacissime per spiazzare l'avversario.


    Gli arbitri, gyoji

    L’arbitro, alla sua nomina, riceve il nome delle antiche famiglie che un temporappresentavano le massime autorità nell’arte di giudicare un lottatore di Sumo: Kimura e Shikimori. Anch’essi vestono per l’occasione ricchi costumi che risalgono al periodo Ashikaga e il ventaglio ne indica il livello di esperienza: si passa dall’azzurro e bianco per gli incontri tra juryo fino ad arrivare al color porpora per quelli tra gli yokozuna. La figura degli arbitri, sul ring, riceve il massimo rispetto di lottatori e giudici.

    Il ring, dohyo

    Area circolare sopraelevata, alta sessanta centimetri che un tempo era formata da sedici balle di riso, legate a formare un diametro di quattro metri e mezzo. Il ring è considerato dai praticanti un luogo sacro. Composto da una speciale argilla e da uno strato di sabbia, deve essere purificato prima di ogni torneo mediante spargimento di sale. Anche gli arbitri, a loro volta, effettuano una cerimonia di benedizione, per esorcizzare la malvagità.

    Il torneo

    Una volta annunciato il programma degli incontri, iniziano le cerimonie: i grandi campioni compionogli antichi riti della purificazione e della preparazione, shikiri-naoshi. In seguito alla pubblica presentazione dei lottatori iniziano gli incontri preliminari. La vittoria si ottiene o estromettendo l’avversario dal ring, oppure costringendolo a toccare la stuoia con una parte qualsiasi al di sopra del ginocchio.

    “Il sogno di ogni giovane sumotori è diventare ‘Yokozuna’, un campione. Ma la maggior parte di quei sogni svaniranno... è un mondo molto duro”. (Wakamatsu Oyakata, Japan Sumo Association (Nihon Sumo Kyokai).

    Fonti:

    • Nihon Sumo Kyokai Official Grand Sumo Page
    • www.sumo.or.jp/eng/index.html
    • Sumo – La più spettacolare arte marziale giapponese (Edizioni Mediterranee)
    • I segreti dei Samurai – Le antiche arti marziali (Edizioni Mediterranee)

    Il TAE KWON DO





    Tae Kwon Do, in coreano, significa letteralmente Arte di calciare e di colpire con il pugno, da “Tae” calciare, “Kwon” colpire con il pugno e “Do” via, arte. Si tratta di una disciplina marziale che si è sviluppata attraverso i secoli, attingendo tecniche veloci e lineari dalle forme di combattimento giapponesi, come il karate, e movimenti fluidi e circolari dagli stili cinesi, come il Kung Fu. Ma il Tae Kwon Do si distingue in particolare per l’efficacia, il dinamismo e la spettacolarità delle sue tecniche di gamba (calci circolari ed in volo, calci multipli).

    Sviluppo storico

    Il Tae Kwon Do, per anni considerato come una varietà di Karate coreano, ha in realtà una solida cultura di base. Le sue origini si fanno risalire al 50 a.C., quando l'attuale Corea era divisa in tre regni: Silla, Koguryo e Paek Che. Il più piccolo di essi, Silla, sviluppò e perfezionò un sistema di difesa e attacco, chiamato Tae Kyon "combattimento con le gambe", che contribuì molto alle vicende storico militari del regno. Si narra che l’antica dinastia della nobiltà guerriera “Hwa Rang”, Fior della gioventù, grazie a queste tecniche riuscì a difendersi dall'attacco degli invasori e riunificare il paese. Anche negli altri regni si diffusero man mano diverse forme di lotta di cui restano ampie tracce nei dipinti che affrescano i soffitti di Muyong-chong, una tomba reale della dinastia Koguryo. Questa misteriosa arte del combattimento, che nella storia assunse diversi nomi (Subak, Taekkyon, Hwarangdo, ...), si diffuse a tal punto da divenire molto popolare tra gli usi e i costumi locali. Quando, nel 1910, il Giappone invase la Corea e vietò la pratica di ogni arte marziale, alcuni maestri furono costretti ad emigrare mentre altri continuarono a praticare il Tae Kyon clandestinamente. Al termine della seconda guerra mondiale il Giappone, sconfitto, ritirò le sue truppe dalla Corea, che tornò ad essere libera e con essa anche la pratica delle arti marziali. Le diverse scuole di combattimento ripresero vigore e negli anni ‘50 si unificarono prendendo il nome definitivo di Tae Kwon Do. Il Tae Kwon Do divenne sport nazionale (fu inserito nei Giochi Nazionali Coreani fin dagli anni '60) e contemporaneamente iniziò a diffondersi grazie all’opera di istruttori coreani che lo esportarono in tutto il mondo.
    La presentazione in Italia è avvenuta ufficialmente in seguito alla dimostrazione effettuata a Roma nell’ottobre del 1965 dai Maestri Park Sun Jae, Park Young Ghil e Park Chun Ung facenti parte dell’allora FITAK, Federazione Italiana Tae Kwon Do e Karate. Oggi nel nostro paese questa disciplina è riconosciuta dal CONI alla FITA, Federazione Italiana Taekwondo, sotto l’egida internazionale della WTF, World Taekwondo Federation.

    Sport Olimpico

    In occasione dell’edizione coreana delle Olimpiadi, Seoul nel 1988 ospitò la prima dimostrazione olimpica di Tae Kwon Do. A questa manifestazione di benvenuto faranno seguito anche i giochi di Barcellona ‘92, fino al riconoscimento ottenuto a Sidney nel 2000 come sport olimpico ufficiale. Un traguardo importante che è stato raggiunto dal Tae Kwon Do grazie al crescendo di popolarità e successo degli ultimi anni.

    Applicazioni pratiche

    Lo studio del Tae Kwon Do moderno ci offre un’idea degli antichi metodi di combattimento senza armi, basati sull’uso predominante e specializzato di parti del corpo umano per sferrare i colpi. Non possiamo non rimanere impressionati dalle tecniche d’attacco, contrattacco e difesa in cui braccia e gambe agiscono con straordinaria efficacia.

    Il corpo, MOM, è suddiviso in tre parti:

    • EOL GUL - alta, dalla testa fino al collo
    • MOMTONG - media, dal collo all’addome
      PAL = braccia
      SON = mani
    • ARE - bassa, dall’addome in giù
      DARI = gamba
      +BAL = piede
      Questi tre livelli indicano, di conseguenza, la direzione in cui sono rivolti attacchi e difese.

    Le tecniche sono il risultato di azioni eseguite sia con le mani/braccia che con le gambe, o anche con il solo spostamento del corpo.

    Nome della TecnicaSignificato
    SEOGHIPosizione
    JIRUGIColpire un bersaglio con il pugno
    CIRUGHIColpire con la mano aperta o con le dita
    CIGHIColpire con il taglio della mano
    CIAGHITirare i calci che possono essere:AP-CIAGHI frontale YEOP-CIAGHI laterale DOLLYO-CIAGHI circolare DWI-CIAGHI all’indietro MOMDOLLYO-CIAGHI circolare all’indietro BITURO-CIAGHI all’esterno TWIO-CIAGHI in volo
    MAKKIDifese, parate
    MOM UMJIGHIGHIMovimenti del corpo
    POOMSEFormeInsieme preordinato di tecniche di attacco e difesa in sequenza motivata, eseguite contro avversari immaginari. Attraverso questa pratica gli allievi imparano l’applicazione delle varie tecniche in relazione al loro grado.

    Combattimenti in gara

    Gli atleti, divisi per sesso, età e categorie di peso (otto), indossano la tradizionale divisa bianca (dobok) con cintura, sono muniti di protezioni (casco e corpetto) e si affrontano su un quadrato di 12m x 12m. I colpi validi per il punteggio possono essere diretti solo sul tronco o al volto dell'avversario usando il piede; usando il pugno il solo bersaglio valido è il tronco. Il combattimento, della durata di tre riprese, di tre minuti ciascuna e 60 secondi di intervallo, è diretto da un arbitro centrale coadiuvato da tre giudici d'angolo. Dai punti validi si sottraggono le eventuali penalizzazioni per tecniche proibite (spingere, colpire il viso col pugno, colpire col ginocchio, atterrare l'avversario ecc.). L'incontro di Tae Kwon Do, oltre che con la vittoria ai punti, può concludersi per abbandono, squalifica, K.O. o intervento arbitrale. (Regolamento della Federazione Italiana Taekwondo)


    Tecniche di rottura

    Consiste nella rottura di tavolette di legno o mattoni mediante tecniche di pugno o di calcio. Questo aspetto del Tae Kwon Do non rappresenta però una vera e propria specialità come possono esserlo le forme o i combattimenti, piuttosto una dimostrazione da utilizzare per far leva sulla spettacolarità e la performance. A livello di apprendimento le tecniche di rottura possono invece costituire un’utile pratica per lo sviluppo della focalizzazione energetica ovvero quella specifica abilità delle arti marziali diconcentrare in un unico impatto la massima forza ed energia, il ki (inteso come fonte di energia, spirito, carattere), in un preciso istante . Eseguire una tecnica di rottura senza ferirsi significa aver raggiunto, dopo una lunga pratica, quella particolare disposizione d’animo e di spirito che porta al massimo la concentrazione e il controllo della potenza muscolare.

    La filosofia del Tae Kwon Do

    Il Tae Kwon Do è molto di più di un combattimento finalizzato allo sviluppo fisico e tecnico: esso è infatti rivolto soprattutto ad un affinamento etico e morale dei suoi praticanti. L’allenamento per la coordinazione mente-corpo è un modo per entrare in armonia con se stessi attraverso lo sviluppo dell’individuo lungo la via, quel “Do” che significa cammino verso un’arte che si sceglie di seguire. I veri Maestri di Tae Kwon Do sono stimati per la personalità serena che deriva dal loro vivere nel tempo presente le leggi della natura e le energie vitali in completa sintonia con se stessi. Una visione che trae le sue origini dalla filosofia buddista (introdotta durante il regno di Koguryo dalla Cina nel 347 d.C.). Il concetto fondamentale è rappresentato dall’eterno dualismo yin e yang delle antiche arti cinesi ovvero all’equilibrio di due forze opposte e complementari. Se, ad esempio, un avversario si saprà dimostrare aggressivo, il difensore dovrà, invece, procedere con cedevolezza; in questo modo si sfrutterà l’energia negativa dell’aggressore a nostro favore, trasformando ciò che era duro all’inizio in morbido e permettendo all’energia di rigenerarsi come un cerchio che si chiude. Ecco che anche il Tae Kwon Do rivela il suo processo di evoluzione dualistica: duro e morbido, lineare e circolare, fisico e mentale. I Maestri, dunque, si richiamano ad un sistema di etica e morale che motiva ed ispira la loro pratica dall’interno e la guida verso il raggiungimento di livelli ignoti, ben al di là dei confini immediati e ristretti del combattimento fra uomini. I principi formatori del Tae Kwon Do seguono sia la filosofia buddista che l’antico codice d'onore dei guerrieri Hwarang. In questi undici comandamenti traspare la vera essenza da tramandare nell’arte marziale:

    1. Fedeltà al tuo paese
    2. Rispetto dei tuoi genitori
    3. Fedeltà alla tua sposa
    4. Rispetto ai tuoi fratelli
    5. Lealtà verso gli amici
    6. Rispetto agli anziani
    7. Rispetto dei tuoi insegnanti
    8. Non uccidere ingiustamente
    9. Spirito indomabile
    10. Fedeltà alla tua scuola
    11. Termina ciò che inizi

    Bibliografia:

    • Tae Kwon Do, Sperling & Kupfer Editore
    • Taekwon-Do, De Vecchi Editore
    • I segreti dei Samurai, Edizioni Mediterranee
    • Alcune foto sono tratte dal medagliere delle Olimpiadi di Atene 2004
    Tratto da: benessere.com & wikipedia.it

    Il King Fu


    In cinese kung fu significa “adepto”, “uomo che vuol seguire il successo”, “sforzo umano” ed è proprio il duro lavoro che, da millenni, caratterizza l'apprendimento profondo dell’arte marziale. In Giappone ha assunto il nome di Kakutei-jutsu , anche se a volte lo stesso termine viene espresso nella grafia Gong-fu . Il Kung Fu proviene dalla millenaria arte da combattimento cinese, e proprio per il suo alto valore sociale è considerato lo sport tradizionale della Cina. Il termine kung fu rappresenta il nome con cui sono maggiormente note in occidente le arti marziali tradizionali cinesi, anche se definire le caratteristiche di più di 400 diverse scuole di stile risulta un compito assai arduo. Il Kung Fu rappresenta, soprattutto, il nome collettivo che racchiude al suo interno la miriade di tecniche e stili di combattimento diffusi sul territorio cinese. Fra i più importanti possiamo distinguere:

    • Chung Kuo ch'uan (pugilato cinese);
    • Ch'uan fa (metodo di pugilato);
    • Ch'uan shu (arte del pugilato);
    • Wu shu (arte marziale);
    • Wu i (abilità marziale).

    Questa forma di arte marziale deve la sua fama ai film realizzati da Bruce Lee alla fine degli anni ’60: un Kung Fu rappresentato da tecniche e movimenti molto simili al Karate giapponese e da posture che riprendevano i movimenti degli animali.


    Le origini

    Esiste un gran numero di leggende sull'origine delle arti marziali cinesi. Quello che si sa di sicuro è che le prime rappresentazioni artistiche di uomini (probabilmente soldati) in posa marziale risalgono al periodo preistorico (oltre 4000 anni fa). Il Kung Fu rimase essenzialmente composto da una serie di danze di guerra e da esercizi fisici di preparazione militare fino al periodo denominato "primavere ed autunni" (770 - 476 a.C.) in cui nacquero e si svilupparono le grandi correnti filosofiche cinesi come il Taoismo ed il Confucianesimo. In quest’epoca le tecniche marziali iniziarono a fondersi con la filosofia e la religione fino a diventare un argomento di studio persino nei monasteri.

    Dalla saggezza guerriera dell’antico Kung Fu, derivata dagli insegnamenti del Taoismo e dalla pratica dello Shaolin-si, per secoli riservato solo ai prescelti, si passò via via ad una diffusione sempre più ampia tra la popolazione civile che dall’altra causò la dispersione dei maestri su un territorio vastissimo, determinando l’ulteriore frammentazione delle conoscenze e degli stili. In Cina Popolare, la disciplina del Kung Fu è regolata dal Ministero dello Sport e insegnata da istruttori di educazione fisica dipendenti dal Ministero stesso. Nonostante le inevitabili modernizzazioni, gli stili cinesi si identificano, ancora oggi, in due grandi gruppi:

    • Weijia – Stili duri o “esterni” Allenamento delle reazioni muscolari che enfatizza l’uso della forza e la rapidità dei gesti. Sviluppo di movimenti vigorosi come calci e pugni.
    • Neijia – Stili morbidi o “interni” Allenamento dell’agilità e controllo della respirazione addominale. Si basa sullo studio della forza interiore, sull’efficacia dello spirito in combattimento, sui punti vitali della medicina tradizionale cinese. I movimenti sono naturali e vengono eseguiti con lentezza.

    La pratica

    L’efficacia dei vari stili tradizionali di Kung Fu si rivela all’allievo solo dopo un lungo addestramento e una pratica assidua. Le tecniche di combattimento, infatti, devono essere ripetute per innumerevoli volte, finché il praticante saprà reagire d’istinto alla pressione dell’avversario. Tutto accadrà spontaneamente in quell’attimo in cui il tempo e lo spazio assumeranno un nuovo significato. Agli occidentali potrebbe sembrare incomprensibile mantenere faticosamente le tecniche in “posizioni assurde”, soprattutto se confrontate con sport da combattimento più recenti: questo è l’antico segreto della marzialità orientale, solo con dedizione e pazienza si avrà l’accesso ad una realtà più profonda. Allenare il Kung fu, in accordo con i principi dell'antichissima medicina cinese, è un ottimo modo per raggiungere l’equilibrio psicofisico, parallelamente a tutti quei vantaggi che può dare qualsiasi disciplina sportiva (condizionamento cardiorespiratorio, eliminazione delle tossine, riequilibrio ormonale, vantaggi per l'apparato muscolo-scheletrico, miglioramento della coordinazione, ecc.). La sensazione di benessere che pervade l’organismo dopo una corretta pratica enfatizza la cura degli aspetti respiratori ed energetici che, a lungo andare, entrano a far parte della vita quotidiana.

    La pratica del Kung Fu è graduale, e passa dalla comprensione delle tecniche di base e della forma

    BoPosizioni
    Taidu Guardie
    Quan Attacchi di pugno
    Jiao Attacchi di calcio
    Tao LuForme, esercizi in singolo

    allo studio del combattimento

    Sequenze a mani nude o con armi
    Esercizi con l’avversario
    Combattimenti prestabiliti a mani nude o con armi
    Combattimento libero

    e delle armi

    Armi corteDao (sciabola) Nandao (sciabola del sud) Jian (spada)
    Armi lungheGun (bastone) Qiang (lancia) Jiujie-bian (frusta a nove sezioni) Erjie-Gun o Nunchaku (bastone a due pezzi) Sanjie-Gun (bastone a tre pezzi)
    Altre armiSheng-biao (dardo meteora) Shuang-gou (doppi uncini) Pudao (scimitarra) Dadao (alabarda)

    Il valore atletico del Kung Fu si ritrova nell'educazione e nell'affinamento dei movimenti che devono risultare comunque fluidi, morbidi ed eleganti nella loro veloce e spesso complessa successione di movimenti nei quali la centralità e l'equilibrio del corpo è fondamentale. Il successo di immagine come disciplina dimostrativa orientale ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ha gradualmente modificato l’antica tradizione del Kung Fu. Gli adattamenti tecnici dovuti alle esigenze competitive dell'occidente hanno operato una interessante trasformazione in sport internazionale, ponendo le premesse come futuro sport olimpico. Attualmente la International Wushu Federation - I.Wu.F. conta 86 Federazioni Nazionali affiliate che rappresentano i cinque Continenti e si stima che i praticanti del Kung Fu - Wushu nel mondo siano vicino ai 10 milioni, considerando che nella sola Cina vi sono oltre 12.000 scuole.

    Fonti:

    • International Wushu Federation: www.iwuf.org
    • Federazione Italiana Wushu Kung Fu: www.fiwuk.it
    • Federazione Italiana Kung Fu: www.feik.it
    • Yantai Shaolin Martial Arts Academy: www.chinashaolins.com
    • Le arti marziali dalla A alla Z – Sperling & Kupfer
    • Guida alle arti marziali – Oscar Mondadori
    • Corso di Wushu – De Vecchi Editore
    Si ringrazia: Lidia Katia Manzo

    INTRODUZIONE AL KENDO, LA VIA DELLA SPADA




    Il kendo è la leggendaria scherma tradizionale dei Samurai, letteralmente Via (“do”) della spada (“Ken”). Arte marziale giapponese per eccellenza, si pratica utilizzando lo shinai, un bastone formato da quattro canne di bambù, in sostituzione della vera e propria spada, la katana. Durante l’allenamento il corpo viene protetto da una armatura, bogu, formata da maschera, corpetto, guanti e un paraventre. Lo shinai viene usato con entrambe le mani e il colpo deve essere inferto come si farebbe con una vera spada: non si deve quindi “battere” come con un normale bastone, ma “tagliare” sui punti prestabiliti del corpo in modo da procurare una ipotetica morte o messa fuori combattimento dell’avversario.
    Ma che cosa è il kendo? È la più antica arte marziale e, con il Sumo, l’unica autoctona del Giappone. Alcuni la fanno derivare dalla scherma cinese unicamente perché scambiano le tecniche di costruzione delle spade usate nel Katai con l’impiego dell’arma stessa; ma la Katana è inconfondibilmente giapponese e l’impiego che ne fece la nobiltà guerriera è magistralmente descritto in volumi celebrati. Poco reclamizzata ai giorni nostri da film o personaggi spettacolari, la scherma giapponese è stata meno divulgata del karate, ad esempio, il quale è, si noti, poco praticato nella terra del Sol Levante. Il kendo invece conta milioni di appassionati ed è inserita come materia nelle scuole dell’obbligo fin dalle elementari. Il kendo è anche sport, ma non solo. Come tutte le arti marziali, in special modo la spada che affonda le sue radici in tempi antichissimi, conserva lo studio delle buone maniere, della cortesia e della filosofia del combattimento, l’accettazione serena di una vittoria o di una sconfitta. Un approccio decisamente diverso dalle moderne attività sportive, votate all’agonismo più estremo che troppo spesso dimenticano il ruolo dell’educazione e della crescita dell’individuo. La storia del kendo fu tratteggiata in epoche successive dallo Zen e dal Confucianesimo. Questi insegnamenti aiutano la pratica da un punto di vista morale e filosofico. La fedeltà alla parola data, il superamento della paura della morte, la sopportazione del sacrificio sono tutti elementi comuni al Kendo. Se consideriamo che questa era l’arte marziale della Nobiltà Guerriera giapponese, appare chiaro come la formazione del praticante venisse basata sia sullo studio della tecnica che della filosofia.

    Le virtù fondamentali possono essere sintetizzate in:

    • benevolenza
    • giustizia
    • etichetta
    • correttezza
    • saggezza
    • sincerità

    Il comportamento di un buon praticante deve sempre tener conto di questi aspetti; non rispettarli o trascurarli significa non praticare correttamente il Kendo e quindi col tempo perdere il contatto con la vera disciplina.
    Il kendo moderno è una forma di budo da dojo, cioè trova le condizioni ideali di esecuzione nella sala di pratica, o dojo. La postura da assumere è estremamente eretta e quindi naturale. Lo sforzo da compiere nell'allenamento diretto tende allo sviluppo della maturità spirituale dell'individuo, la sua "abilità interiore", uno stato che porta al pensiero riflessivo e all'introspezione. La diffusione del kendo come sport si giustifica solo nell'intenzione di fare diventare questa arte un veicolo di trasmissione dello spirito del kendo in sintonia con la tradizione e nel rispetto di essa.

    Kendo e filosofia
    Dalla fusione di tecnica e spirito si può iniziare il cammino lungo la via della spada.

    Il kendo è sì una scherma, ma soprattutto un’arte che si accompagna alla vita e le va accanto procedendo e seguendo i moti dello spirito - Shin in giapponese, parallelamente all’Estetica e alla bellezza delle linee eleganti. Occorre coltivare un'essenza spirituale la cui profondità e complessità risale all'arte classica della spada giapponese. La spada è una via per disciplinare il carattere umano attraverso l'applicazione dei principi del katana, un'arte che insegna la disciplina, e un'attività che permette l'esercizio fisico.
    Il vero scopo del kendo è imparare a risolvere i problemi della vita senza sguainare la spada.
    Non è il perfezionamento di una tecnica fisica, ma lo sviluppo di una mente fluida e sensibile, in grado di reagire a qualunque problema si pari di fronte, istintivamente, senza timori né esitazioni, indipendentemente dalla situazione. Tale linea di pensiero deriva da concezioni anteriori all'era Tokugawa, come il principio Muteka tsu - vittoria senza l'uso delle mani, di Tsukahara Bokuden (1490-1571) e la dottrina Muto - assenza di spada di Yagyu Tajima no Kami (1527-1606). Altro importante personaggio, Y Amaoka Tesshu (1837-1888), riteneva che chi porta una spada deve adeguarsi allo spirito nel quale essa è stata forgiata. I maestri forgiatori come i famosi Masamune lo facevano con lo spirito di Nukazu Nisumu che significa dirimere le dispute "senza sguainare la spada". Per applicare questo principio al kendo, paradossalmente, occorre apprendere in che modo estrarre e utilizzare la spada.

    La spada giapponese e lo iaido Creare l'emozione attraverso la resistenza all'emozione

    Lo iaido ed il kendo sono strettamente collegati. Lo iaido consiste nell'allenamento base del maneggio della spada, il kendo è l'applicazione pratica di questi movimenti. Perché lo iaido, creato come tecnica per uccidere, sopravvive nella società moderna? L'idea fondamentale dello iaido non è quella di attaccare per primi un avversario; è stato piuttosto concepito quale tecnica di auto-difesa. Salvo un paio di eccezioni, i kata (le forme) sono pensati per rispondere agli attacchi portati da altri e quindi non si attacca mai per primi.
    L'essenza dello iaido è nota come Saya no uchi, letteralmente dentro il fodero, per vincere senza sfoderare. Una volta che la spada è sguainata uno dei due combattenti cadrà sicuramente. Ma se si riesce a raggiungere uno stato di armonia con l'altro è possibile evitare un inutile conflitto e viene meno la necessità di estrarre la spada. L'ideale è che il carattere dell’allievo venga forgiato attraverso l'allenamento in modo che, l'avversario perda ogni sentimento di antagonismo ed i due raggiungano l'armonia.
    Così come in tutte le arti marziali, all'inizio l'allenamento dello iaido si concentra sulla tecnica per poi passare gradualmente, mano a mano che l'abilità migliora, alla vera disciplina. Un allievo con un allenamento spirituale insufficiente, per quanto bravo tecnicamente, diventerà estremamente nervoso nei momenti critici e verrà sconfitto. Molti tra coloro che venivano considerati maestri dell'arte praticavano regolarmente la meditazione Zen. Vi è un profondo legame tra il concetto buddista Zen di vuoto e lo spirito delle arti marziali. Il vuoto implica il distacco da tutte le cose mondane. Più si desidera vincere o si teme la morte meno il proprio corpo obbedirà alla propria volontà. Se si riesce a raggiungere uno stato di vuoto non ci sarà nulla da perdere e pertanto sia il corpo sia la mente saranno liberi. Uno degli obiettivi della pratica del kendo oggi potrebbe essere il raggiungimento di questa libertà spirituale.

    Autoritratto di Miyamoto Musashi (1584-1645), forse il più noto tra i Samurai di tutti i tempi


    Ogni volta che si termina una lezione di kendo ci si sente calmi e felici. Allontanarsi dallo stress della vita quotidiana per concentrarsi esclusivamente sul maneggio della spada aiuta a ritrovare il gusto per quei piccoli e preziosi momenti che ci rendono felici.
    La parola “pace”, in giapponese, si scrive con due ideogrammi che rappresentano rispettivamente la tranquillità e l'armonia. Quando si raggiunge la calma mentale e si armonizza con gli altri, la spada non è più mezzo per uccidere ma tecnica per far vivere, per permettere a sé stessi ed agli altri di continuare a vivere. Da strumento di guerra, il kendo viene trasformato in strumento di pace.
    Benché le arti marziali giapponesi tradizionali quali il kendo, lo iaido, il karate, il judo e l'aikido siano sport da combattimento messi a punto per sconfiggere l'avversario, la loro reale essenza consiste nel disciplinare la mente attraverso l'allenamento tecnico.

    Bibliografia:

    • Manuale di Kendo (Edizioni AMP)
    • Fundamental Kendo (Japan Publications, Inc., Tokyo)
    • Atti del Convegno “Arti da Maestro - Percorsi di Pace” Kendo a cura di Paolo Vanelli (Bologna 2002)
    • Lo Zen e la spada (Luni Editrice)

    IL KYUDO: l'Arte Marziale del tiro con l'arco giapponese



    La storia

    L'arte del tiro con l'arco venne rivoluzionata nel XV secolo dall’eroe mitico della tormentata storia giapponese, Heki Danjo Masatsugo , grazie alla sua straordinaria abilità e conoscenza. I suoi insegnamenti vennero seguiti e codificati dai guerrieri che li trasmisero per generazioni. In questo modo la scuola Heki si diffuse in tutto il Giappone differenziandosi in vari stili. Uno di questi aveva la sua sede a Kyoto, dove viveva il Maestro Yoshida Issuiken Insai, che, agli inizi del XVII secolo (dopo la battaglia di Sekigahara, ottobre 1600), fu chiamato dallo Shogun Tokugawa perché gli insegnasse la via dell'arco (il kyudo ). Da allora questa scuola, che gli altri tiratori chiamano Heki Ryu Insai Ha (scuola Heki stile Insai), ha potuto fregiarsi del titolo di Heki To-ryu, dove To-ryu sta ad indicare proprio la casata dello shogun.

    La tecnica e il sapere di questa scuola, che si sono sviluppate a partire dalle necessità del tiro in battaglia per i guerrieri a piedi (hosha-shajutsu), sono state tramandate intatte fino ai nostri giorni da una catena ininterrotta di maestri. In anni recenti il Maestro Inagaki Genshiro Yoshimichi , come titolare della cattedra di kyudo all'università di Waseda, ha inaugurato una serie di studi tecnici sperimentali per approfondire, spiegare e confermare, anche dal punto di vista scientifico, la profonda qualità dell'insegnamento degli antichi testi della scuola. Alcuni di questi riguardano appunto la tecnica e i suoi dettagli più sottili, altri invece riportano la filosofia e l’etica dell’arte marziale.

    La tecnica

    Si può iniziare per diporto o curiosità, poi la tecnica, la disciplina, l’estetica dell’arte del tiro con l’arco portano alla passione. La caratteristica peculiare del tiro Heki è il lavoro della mano sinistra (TSUNOMI NO HATARAKI ) che spinge e torce l’arco: una tecnica tramandata nei secoli. Dopo alcuni movimenti preparatori molto precisi la freccia tocca lo zigomo (TSUMEAI) e si arriva a NOBIAI, gli ultimi secondi prima dello sgancio, in cui si concentra tutta l’essenza del tiro. Allo sgancio (HANARE), la freccia scocca, inizialmente, per volontà dell’arciere grazie al lavoro armonico di mano destra e mano sinistra e ad una corretta tensione del corpo. Dopo anni di allenamento assiduo l’arciere è in grado di sganciare con efficacia, naturalezza e colpisce il bersaglio (mato). Ciò è possibile se la tecnica è vera e corretta e se lo spirito (kokoro) è sincero. Il kyudo non pone di fronte due contendenti, bensì un arciere davanti ad un bersaglio, che attesta la corretta esecuzione. In un certo senso si può dire che il kyudoka con la pratica si pone di fronte a se stesso, ai propri limiti, alle proprie potenzialità. Si tira a piedi nudi su di un pavimento in legno, in un dojo (luogo dove si pratica la Via), in ogni stagione. I bersagli sono situati in un terrapieno coperto, detto azuchi. All’inizio della giornata e, soprattutto per i principianti, si tira al makiwara (paglione a distanza di due metri). Questo consente di studiare bene la forma senza la distrazione e l’ansia che può creare il bersaglio. Si usa una freccia in bamboo senza penne. Una lezione ordinaria prevede 100 frecce al mato, ovvero un bersaglio del diametro di 36cm, di carta di colore bianco, con alcuni centri concentrici di colore nero, posto a distanza di 28 metri. Durante un allenamento completo, ma soprattutto in caso di particolari ricorrenze o in presenza di ospiti, vengono effettuate due frecce cerimoniali (TAI HAI ) al bersaglio: una in piedi e una in ginocchio. Saltuariamente viene effettuato il tiro a 60 metri (ENTEKI) , ad un paglione del diametro di circa un metro. La tecnica è la medesima, ma vengono utilizzate frecce più leggere, con penne più basse; la mira viene leggermente alzata.

    La filosofia

    Il Kyudo è considerato un'Arte Marziale e viene praticato anche da persone che mirino al raggiungimento di un particolare stato d'animo, al dominio del corpo, a una disciplina del comportamento che poi pervadano il quotidiano per rifletterne la benefica influenza su tutta la vita. Il progresso nel tiro e nella sua tecnica è frutto del miglioramento ottenuto con l'esercizio in quanto tale, insieme con l'irrobustimento dello spirito ottenuto con la pratica. Il fine del kyudo consiste nel raggiungere la conoscenza dello “spirito dell’arco” (yumi no kokoro), uno stato che spesso viene indicato usando il termine tipicamente zen di satori. Un tiratore potrà raggiungere lo stato di “massimo livello di comprensione dell'essenza delle cose” di mente libera, serena e vuota da futili pensieri, quando sarà in grado di eseguire il giusto NOBIAI.

    NOBIAI è una voce di difficile spiegazione per coloro che non hanno una sufficiente pratica: oltre all'estrema tensione dell'arco significa anche massima estensione orizzontale e verticale del corpo, estrema espansione della persona, decisa intensificazione delle tecniche da applicare nel momento, in uno con intensità dello spirito ed assenza d'intenzione crescenti.

    Scopo di chi si esercita nel vero Kyudo è raggiungere gradualmente uno stato d'animo limpido, esercitando tenacemente proprio quella giusta tecnica che coltiva il tirare per colpire forte, con piena energia. La comprensione è intesa principalmente come mentale, l’apprendimento come fisicocorporale, insieme costituiscono il “capire per averlo fatto”, per esperienza. Le qualità proprie del Bushido (quale morale eroica del guerriero giapponese) come la determinazione, l’assiduità nello sforzo, l’intelligenza (l’intuizione), la rettitudine, la serenità, l’equilibrio, la sincerità e la generosità nell’azione possono essere coltivate solo con il perfezionamento della tecnica, seguendo con fedeltà le regole della tradizione. Il detto “kan chu kyu”, colpire con potenza il centro sempre, riassume nel modo più sintetico possibile lo spirito della scuola.


    Il Maestro Inagaki sosteneva a tale proposito che “visione serena dei doveri” nel suo insegnamento significa accogliere l'esercizio dei propri doveri come occasione di miglioramento, naturalmente non solo nella giusta pratica del Kyudo, ma anche nel quotidiano.
    “Affinare spirito e volontà” è dovuto in ogni occasione per contribuire allo spessore e alla maturità della persona. La pratica di tiro è soltanto una parte dell'allenamento complessivo dell'individuo: disciplina, sacrificio e generosità non si esercitano solo tirando quando la mano duole, quando gela o andando a recuperare le frecce proprie e altrui. In breve, le regole del kyudo e la disciplina del Dojo hanno ragione d'essere per esemplificare ed influenzare il quotidiano.
    La tecnica di tiro comprende forme e azioni proprie; essa può assumere taluni lineamenti delle tecniche Zen, ma il Kyudo non è solo questo perché soltanto l'unione dei tre elementi, forma, azione e spirito fusi insieme, può considerarsi vera e completa Arte nella sua forma migliore. Innanzi al bersaglio il kyudoka fa i suoi passi e si dispone in posizione di tiro senza che la mente se ne occupi, i suoi gesti incoccano la freccia poi eseguono TORIKAKE: si sviluppa la massima energia possibile del corpo e della mente, l'arco viene teso fino allo stremo, infine la freccia è scoccata. Ecco che hanno agito assieme, con la massima intensità, l'energia di tutto il corpo e lo spirito, dal profondo del cuore.

    Diffusione in Italia ed organizzazione

    In Italia esiste un’Associazione per il tiro con l’arco tradizionale giapponese (A.I.K.) che a sua volta é affiliata alla federazione europea (E.K.F.) e alla federazione giapponese (ZNKR). All’interno dell’A.I.K. vi sono gruppi facenti capo ai due stili principali:

    • la scuola Heki Toryu (la scuola Heki scelta dalla famiglia dello Shogun), chiamata dalle altre scuole Heki Ryu Insai Ha (scuola Heki di stile Insai);
    • lo stile SHOMEN.

    La Heki To-ryu, la più diffusa in Italia, può vantare una discendenza diretta da maestro a maestro per 19 generazioni ed ha mantenuto sostanzialmente inalterati i fondamenti della tecnica. Lo stile Shomen è frutto di una sintesi, operata nel 1900 in Giappone, atta a codificare e uniformare in un unico nuovo stile le altre scuole conosciute. Il carattere è più cerimoniale e non ha come fine “colpire” il bersaglio, mentre lo stile della scuola Heki, di tradizione militare, considera il fatto di centrare il bersaglio come determinante, in quanto originalmente questo significava “vita o morte”. La scuola Heki prevede gare e tornei, come in una disciplina sportiva, anche se il fine della competizione non è propriamente l’agonismo, bensì una strategia per l’apprendimento e la crescita dell’arciere.

    BOX

    Inagaki Genshiro Yoshimichi (1911-1995)

    Nato a Tokyo nel 1911, nel 1930 frequenta la Scuola superiore Daiichi Waseda e nel maggio 1936 si laurea all'Università di Waseda. Fin dall'inizio del periodo universitario pratica il Kyudo sotto Urakami Sakae, 10° Dan, Maestro titolare della storica Scuola Heki e responsabile dell'insegnamento del Club di Kyudo dell'Università. Nel 1957 vince il primo Confronto Nazionale voluto dall'Imperatore, in sua presenza. Dal 1969 il Maestro Inagaki incominciò a insegnare la tradizione giapponese del kyudo anche in Europa, dove si è recato ben 21 volte, contribuendo così alla crescita dei kyudoka soprattutto in Germania, Italia e Finlandia affinché diventassero una guida per altri paesi. Dopo essere succeduto al suo maestro come insegnante di Kyudo all'Università di Waseda, venne nominato professore all'Università di Educazione di Tokyo. Inagaki era animato da una convinzione assolutamente evidente circa l’esercizio del kyudo: credeva nell’importanza fondamentale della tecnica del tiro (Shajutsu), tecnica che venne creata dall’esperienza acquisita sul campo di battaglia da numerosi bravi arcieri (per i quali l’abilità nel tiro faceva la differenza tra la vita e la morte) e credeva nello spirito, Kokoro, che esiste dietro Shajutsu. Per questo motivo si esercitava con il desiderio di far rivivere la scuola dei grandi maestri del passato. Ora questa opera continua grazie al suo successore, il Maestro Mori Toshio, titolare della cattedra di kyudo all'università di Tsukuba che ogni anno visita il nostro paese conducendo dei seminari estivi.

    Bibliografia:

    • “YUMI NO KOKORO - LO SPIRITO DEL KYUDO” di Inagaki Genshiro – Red Edizioni

    Si ringrazia Massimo Ramerino della Scuola Heki Italia per il materiale fornito


    Tratto da benessere.com