lunedì 11 gennaio 2010

SUIEI JUTSU - ARTE NUOTO IN ARMATURA


Per un popolo isolano come i giapponesi il nuoto è sempre stato un’attività naturale e necessaria. Ancora oggi i pescatori ed i sommozzatori nipponici e soprattutto le pescatrici di perle sono famosi in tutto il mondo per la loro abilità in acqua. Nell’epoca feudale questa capacità divenne per il bushi una naturale evoluzione delle tecniche marziali da combattimento. Arte complementare giapponese, il Suiei sutsu rappresenta la disciplina dell’acquaticità, del saper nuotare o attraversare corsi d'acqua indossando un’armatura. L'esercizio del Suiei jutsu costituiva quindi una ulteriore occupazione del guerriero bushi.

Le origini

La particolare specificità del territorio giapponese, continuamente percorso da torrenti, fiumi e laghi, nonché le moltissime battaglie che ebbero luogo nelle immediate vicinanze o addirittura sopra quelle distese d’acqua che dividevano un’isola dall’altra, presentavano problemi specifici che il bushi doveva saper affrontare. La maggiore difficoltà non era data dal solo fatto di saper nuotare, bensì di doversi immergere con addosso l’armatura e tutte le armi richieste dalla sua posizione sociale.

La pratica

Nel Giappone feudale sorsero, per queste motivazioni, scuole specializzate nell’addestrare i guerrieri nella caratteristica “arte del nuoto marziale” conosciuta come Suiei jutsu. Tutti i ryu insegnavano al guerriero soprattutto le tecniche per nuotare con l’armatura; il programma di studi comprendeva metodi ideati per permettere ad un guerriero di rimanere a galla per parecchio tempo o di nuotare per lunghe distanze spesso anche di notte e lontano dalla costa.
Inoltre ogni scuola si specializzò nello sviluppo della capacità di adoperare le armi tradizionali in immersione. Non dovrebbe essere sorprendente, quindi, leggere dell’abilità spesso straordinaria con cui il samurai usava l’arco e le frecce stando in acqua considerando che le piume delle frecce dovevano rimanere asciutte per poterne controllare la traiettoria.


Attraverso l’abilità del nuoto, il guerriero era in grado di affrontare correnti impetuose o di nuotarvi contro, di portare stendardi o bandiere, armi o carichi pesanti e di usare le armi da fuoco anche se completamente sommerso. Il guerriero sviluppò altresì tecniche di lotta a mani nude da applicare sopra e sotto la superficie dell’acqua; egli elaborò l’ashi garami o arte della lotta nell’acqua che comprendeva colpi particolarmente efficaci e raffinati per sconfiggere l’avversario tra i quali vi erano: metodi che prevedevano la possibilità di avvinghiarsi alla gamba del nemico con una forza tale da farlo arrendere; tecniche che consentivano di bloccarlo sott’acqua sino ad annegarlo oppure addirittura modi per sopraffarlo lottando con questi nel cadere da una barca.
Altri stili di nuoto marziale permettevano al bushi di liberarsi da piante acquatiche o alghe che gli impedivano i movimenti delle gambe o l’uso delle armi, di uscire dai gorghi o vortici d’acqua, nonché abilità particolari come l’inatobi (“balzare come una triglia”) che consentivano di spiccare salti dall’acqua direttamente su una barca. Oppure il metodo segreto dello shusoku-garami faceva sì che il guerriero fosse in grado di nuotare anche con gambe e mani legate.

La tecnica

Mentre i vascelli puntavano verso le navi nemiche, i guerrieri lanciavano frecce finché non veniva stabilito un contatto col nemico: a quel punto i bushi si lanciavano sulle imbarcazioni avversarie mostrando le loro stupefacenti abilità marziali. I guerrieri si prestavano a viaggiare lungo il Giappone per addestrarsi nelle varie scuole; fra gli stili principali basti ricordare:

  • Nuoto in piedi – Scuola Mukai
    Gli esercizi mirano a mantenere il corpo diritto e immobile usando solo le gambe per mantenersi a galla (per esempio cercando di mantenere al di sopra dell’acqua un ventaglio di carta, retto con le dita delle mani o dei piedi) in modo da avere le mani libere per combattere.
  • Nuoto nei laghi – Scuola Sasanuma
    Questo stile si sviluppò soprattutto nell’isola di Kyushu
  • Nuoto in mare aperto – Scuola Kankai
    Insegnava a nuotare semi-eretti, attraverso un movimento fluido e circolare delle gambe in acqua.

Vascelli militari giapponesi

O-mi-fune

Usati dall’imperatore

Suzu-fune

Usati dai nobili

O-meshi-bune, goza-bune

Decorati splendidamente, usati dai governatori provinciali

Kobaya

Usato dai guerrieri; era un vascello senza ponte, di dimensioni variabili (poteva contenere da quindici a cinquantadue uomini). Imbarcazione veloce e guizzante era utilizzata, in particolare, per infiltrarsi nel fronte compatto della flotta nemica e spezzarlo.

Seki-bune

Grandi battelli con oltre quaranta rematori, comprendevano un ponte e una tolda. Il contingente poteva salire fino a duecentocinque uomini. Dopo il sedicesimo secolo, era utilizzata anche per portare un grosso cannone e venti moschetti, a dimostrarne la potenza.

Poche specializzazioni di quest’arte dell’acquaticità sono sopravvissute: quasi tutto il repertorio tecnico è stato incorporato nei metodi di allenamento del nuoto moderno, in cui gli atleti giapponesi mantengono un invidiabile primato.

Fonti tratte da:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • www.shindo-ryu.com
  • Koga Tadao “Kobori-ryu Tosui-jutsu", International Seminar of Budo Culture, Nippon Budokan Foundation and International Budo University.
  • Shigeo Sagita "Swimming in Japan", E-budo.com by John Lindsey
  • Yokose Tomoyuki "Nihon no Kobudo", Nippon Budokan Foundation
  • Gordon Warner "The Eighteen Martial Arts of Japan"

Foto:

domenica 10 gennaio 2010

IL TESSENJUTSU. L’ARTE DEL COMBATTIMENTO DEL VENTAGLIO DA GUERRA



Usati nelle grandi cerimonie o come ornamento, i ventagli giapponesi sono considerati da sempre esemplari di artigianato di una eleganza senza pari, ma anche un’arma letale specializzata dell’epoca feudale degli shôgun Tokugawa.

Le origini

Le origini del ventaglio si perdono nei labirinti della storia orientale e si inseriscono nell’ampio raggio delle arti giapponesi: raffinate, folcloristiche, spettacolari e marziali.

In Giappone il ventaglio era largamente impiegato da individui di tutte le classi per gli usi più diversi, dall’agricoltura (per dividere riso, grano e cereali) agli elementi di estetica nelle rappresentazioni teatrali, oppure nelle arti come la danza e la poesia fino ad arrivare agli usi sociali.

L'etichetta del tempo vietava di portare armi all'interno di abitazioni e castelli, per cui i tessen venivano indossati dai samurai come parte dell'abbigliamento, come era usanza fare con i ventagli normali, che avevano un ruolo nelle buone regole della società giapponese. Venivano portati sia infilati nell'obi (la cintura) o tenuti in mano e potevano essere utilizzati come difesa improvvisata. Il ventaglio corrispondeva, infatti, anche ad un’arma letale utilizzata non solo dai valorosi guerrieri bushi, ma anche dai membri di ogni classe sociale giapponese.

La pratica

I ventagli da guerra, il gunsen e il tessen venivano ideati, collaudati e migliorati continuamente secondo il programma di studio dell’arte della spada giapponese.

NomeDescrizione del ventaglio
Sensu-gataIl ventaglio comune.
Maiohgi-gataIl tradizionale ventaglio degli spettacoli giapponesi.
SashibaPurpureo, a forma di foglia. Intessuti di giunco con un certo numero di supporti radiali e un manico piuttosto lungo che sosteneva il centro, come un raggio prolungato.
UchiwaVentaglio rigido, solitamente tondeggiante con il manico lungo.
OgiVentaglio pieghevole, simile a un settore di disco.
Bessen-gataIl ventaglio usato per dirigere le truppe militari in guerra.
GumbaiVentaglio da guerra del tipo rigido e arrotondato. Veniva utilizzato dai generali per segnalare ai luogotenenti i comandi durante uno scontro armato nel periodo Tokugawa. Questo particolare tipo di ventaglio è ancora oggi utilizzato dagli arbitri (gyoji) degli incontri di sumo.
GunsenVentaglio pieghevole portato dai bushi in armatura. Tessen Ventaglio in ferro portato con l’abbigliamento di tutti i giorni.

Le tecniche

Il tessen aveva numerose funzioni legate all’interesse del bushi: il guerriero poteva infatti usarlo in combattimento per

  • Tirare di scherma
  • Deviare coltelli e dardi avvelenati
  • Colpire un bersaglio volante

o anche per sviluppare quella coordinazione generale necessaria nella sofisticata strategia delle arti marziali giapponesi. La concentrazione richiesta è, infatti, altissima: senza compiere un singolo movimento superfluo occorre saper mostrare una consapevolezza di sé e dello spazio circostante che il guerriero comprende perfettamente quando fa il suo ingresso nel pericoloso campo in cui esercita la sua arte.

Venivano portati sul campo di battaglia sopra le bandiere del principe. Gli shogun Tokugawa usavano un ventaglio come insegna militare, che veniva portato davanti a loro per annunciare la loro presenza. Questo stendardo a ventaglio era composto di diciotto spessori di carta incollati insieme, ricoperti di seta e poi di una foglia d’oro puro. Era montato su di un’asta lunga quattro metri e mezzo, ed era fatto in modo di girare con il vento. I principi ed i guerrieri portavano, sopra i loro stendardi, ventagli di dimensioni più normali (Salvey, 35).


Oggi il tessenjutsu viene ancora praticato da pochi esperti in Giappone, mentre l’anticogumbai compare come complemento di specializzazione nell’addestramento di antiche arti da combattimento come il karate, l’aikido e il kendo. Non è solo negli aspetti tecnici che i vari sforzi richiesti dalle discipline giapponesi tradizionali convergono. Dall’arte di disporre i fiori alla cerimonia del tè e al tiro con l’arco, gli aspetti estetici, la spiritualità e le motivazioni di queste arti apparentemente differenti presentano una meravigliosa somiglianza.

I petali di un fiore che cadono senza produrre rumore sul muschio, un suono che dev’essere udito nelle profondità di una montagna… questa la perfezione richiesta nell’arte del ventaglio.

Fonti:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Inazô Nitore “Bushido”, Edizioni Sannô-kai
  • Dave Lowry “Lo spirito delle arti marziali”, Oscar Mondadori

Immagini:

  • www.tadaimadojo.be/tenchitessen.htm

sabato 9 gennaio 2010

L’ARTE DEL BASTONE GIAPPONESE, IL “BO-JUTSU”


Il Bo è sicuramente l'arma principale del Kobudo e, secondo fonti storiche, diffusa sull’isola giapponese di Okinawa più del to-de (l’antenato del Karate) stesso. Il bastone è lungo in media 6 shaku, ovvero circa un metro e ottanta centimetri, ma alcuni possono raggiungere anche i due metri e settanta. Come si può notare, all’ideogramma “Bo” non si fa che aggiungere il numero di shaku che il bastone misura. Il materiale utilizzato è il legno di quercia rossa o bianca, di nespolo del Giappone, di areca e di "kuba" (tipo di palma), alberi solidi e flessibili, originari della zona subtropicale di cui anche Okinawa fa parte. La forma usata attualmente è tonda ma a sezione biconica. Il centro del bastone (chukon-bu) è di circa 3 cm. mentre le due estremità (kontei) misurano entrambe circa 2,5 cm. Per i praticanti moderni il Bo, oltre a metterli in grado di combattere con un oggetto facilmente reperibile, offre anche la possibilità di condizionare la parte superiore del corpo e di sviluppare l’equilibrio.

Le origini

Antica e nobile arte, il Bo-jutsu studia il bastone come strumento per combattere.Quest’arma per forma e dimensioni andava dalla tipica clava al modello allungato dell’asta di lancia:

  • Kiriko-bo
  • Seki-bo
  • Tetsu-bo
  • Kana-bo
  • Hassaku-bo
  • Rokushaku-bo
  • Ham-bo
  • Bokken

clava di legno
clave di pietra
clave di ferro
lunga clava di ferro
bastone lungo
alabarda
bastone lungo e sottile
spada di legno


La pratica

Il bastone e le altre armi lignee, venivano usate costantemente nelle scuole di Bo-jutsu in cui si praticava il combattimento con la lancia e con la spada poiché erano meno pericolosi delle lame vere e proprie. Questo uso collaterale andò sviluppandosi nel tempo fino a costituire una vera e propria arma di combattimento per i guerrieri più esperti.

Le tecniche

Le specializzazioni dell’arte del bastone si differenziano, quindi, a seconda di quelle armate: il rapporto tra il bastone e l’arma era così stretto che non si distinguevano tecniche o strategie.

Kataesercizi formali
Honto-uchicolpi sferrati alle parti superiori del corpo diritti
Guaku-uchicolpi sferrati alle parti superiori del corpo rovesci
Hiki-otoshirisposta a un blocco
Kaeshi-tsukiaffondi a mani scambiate
Gyakute-tsukiaffondi a mani rovesciate
Tsuke-hazushiparata diritta
Maki-otoshiparata rotonda e bassa
Kure-tsukepressione con il corpo
Kure-hanashispinta con il corpo
Tai-atarirotazione del corpo
Do-harai-uchiparata contro alla metà centrale del corpo
Tai-hazushi-uchievasione rotante e parata di contro

"... Si racconta che Gonnosuke si esercitasse continuamente, fino a quando ebbe perfezionato i dodici colpi e blocchi fondamentali (combinandoli in seguito in più di settanta tecniche avanzate), che costituiscono il patrimonio tecnico del jodo moderno...."

da "I segreti dei samurai" di Oscar ratti e Adele Westbrook Ediz. Mediterranee

Fonti tratte da:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Donn F. Draeger “Bujutsu Classico, Le arti marziali giapponesi come discipline spirituali”, Edizioni Mediterranee
  • International Martial Arts Federation: http://www.imaf.com

Foto:

venerdì 8 gennaio 2010

L’ARTE DEL COMBATTIMENTO CON LA LANCIA



Nell’antica mitologia, il Giappone era conosciuto come “il paese dalle mille alabarde”, tanto che gli antichi bushi, pronti a partire per i campi di battaglia, erano quasi sempre raffigurati con la lancia in pugno. La lancia, come in molte altre realtà militari, era l’arma tipica della fanteria e, per significato tradizionale, veniva dopo l’arco e le frecce.

Le origini

L’arte militare della lancia (conosciuta generalmente comeyari) si sviluppò in Giappone alla fine dell’VIII secolo con la nascita della classe dei samurai. Il samurai Yoshinari Genbei Nakayama, insieme ai guerrieri del Clan Hikone, studiò ed elaborò questa disciplina fino a livelli eccelsi e fondò la scuola del Fuden Ryu. Il clan dei guerrieri medioevali di Owari e Sendai usarono largamente le tecniche e la tattica militare basata sulla scuola Fuden. L’arma d'asta tipica della fanteria era costituita da una lama diritta con punta e due tagli innestata su un'asta in legno tramite un codolo della lama. La lunghezza di lama e asta variavano in base al modello e all'utilizzo (dai due metri fino ad oltre tre metri). La lancia (mai scagliata verso il nemico come erano soliti fare gli eserciti antichi occidentali) colpiva prevalentemente di punta; il guerriero si esercitava ad eseguire attacchi ripetuti in cui la lancia, tenuta saldamente con la mano destra (arretrata rispetto la sinistra), scorreva all'interno della mano sinistra a produrre un affondo di temibile efficacia.

La pratica

Il modello e la struttura della lancia giapponese era simile a tutte le lame nipponiche per l’alta qualità, la leggerezza e la facilità con cui si poteva maneggiare. Le punte delle lance erano prodotte in molte forme e lunghezze.

Si possono comunque dividere in tre gruppi principali:

Punte di lancia diritteLa più comune, a doppio taglio, con diversi tipi specifici come il su-yari e l’omi-yari, oppure il tortuososhakujo-yari incorporato in un apparentemente innocuo bastone da pellegrino o anche la grande varietà di giavellotti come l’uchi-ne e il nage-yari.
Punte di lancia ricurveLa lama del naginata è ricurva presso la punta, dove la sua forma diventa ancora più pronunciata. Il naginata divenne famoso non soltanto per la sua enorme versatilità in combattimento, ma anche per le molte scuole che svilupparono stili complessi e straordinariamente efficaci.
Punte di lancia di varie formeEstremamente specializzate come il sasu-mata a punta forcuta e uncini o arpioni alla base usata per tagliare e trapassare un bersaglio sia frontalmente che di schiena; o anche il magari-yari , tridente con le lame laterali poste ad angoli retti rispetto a quella centrale.

Oggi, durante l’addestramento, sia negli incontri che nei kata, al posto dell’affilatissimo naginata di un tempo, si utilizza un bastone di quercia, lungo due metri, con una lama di bambù lunga cinquantadue centimetri, coperta da un puntale di cuoio.

Le tecniche

Secondo i tipi principali di lancia, vi sono due metodi:

  • Yarijutsu arte della lancia diritta
  • Naginatajutsu arte della lancia curva

I kata (esercizi di forma)

  • 1° - Hiryu no yari
  • 2° - Koryu no yari
  • 3° - Tsuki dome no yari
  • 4° - Anya no yari
  • 5° - Denko no yari
  • 6° - Yoru no ya no yari

Ciascuna arte viene praticata secondoinnumerevoli stili, che avevano tutti in comune alcune tecniche basilari:

  • Tsuki affondi
  • Kiri fendenti


È quindi un'arma riservata ad un praticante esperto e con un ottimo bagaglio tecnico. A questo punto dell'apprendimento non si possono più avere incertezze e/o lacune tecniche di alcun tipo. Infatti i bersagli preferiti dal lancere sono gli occhi, le spalle, la gola, le cosce e l'addome (hara tsuki).

Delle numerose scuole del bujutsu che un tempo insegnavano le tecniche delnaginatajutsu , soltanto pochissime (come laTendo e la Shinkage ) risultano attive ancora oggi.

Il sojutsu, o arte della lancia, veniva considerato quale arte tracotante, una professione
propria dell'individuo spietato, giacché spesso le ferite inferte da questa arma producevano un'agonia lenta e crudele. Il sojutsu abituava il bushi a ritenere la lancia un'arma
d'opportunità, più che
di impiego tattico generico. La lancia poteva essere utilizzata sia a cavallo che a terra. (...)

(...) Allenandosi con la lancia, il guerriero classico dovette pertanto apprendere l'uso
del ma-ai (distanza di combattimento) lungo, al fine di portare l'obbiettivo nel raggio della punta; per contro, grazie a tale processo, il bushi sviluppò un'abilità sorprendente nell'evitare
il ma-ai lungo laddove si trovasse ad affrontare il lancere con la propria arma di base, la spada.

(Tratto da: " Donn F. Draeger, op. cit.")

Il fluire armonioso delle tecniche di attacco e difesa fanno della disciplina della lancia uno dei metodi di coordinazione più efficaci; oggi queste scuole sono frequentate soprattutto da donne che usano il naginata non tanto come metodo di combattimento, quanto come opportunità di integrazione mentale e fisica.

Fonti:

  • Ratti - Westbrook, “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Donn F. Draeger “Bujutsu Classico, Le arti marziali giapponesi come discipline spirituali”, Edizioni Mediterranee
  • Japan Naginata Federation: http://naginata.jp/index.html

IL BUSHIDO - LA VIA DEL GUERRIERO



La parola “bushido” viene spesso tradotta letteralmente come via del guerriero tuttavia non si va oltre al codice formativo di morale pratica, giacché la via, “do”, viene identificata con la regola, il dovere, il codice d’onore dei guerrieri, i “bushi”. Sistema di etica e atteggiamento morale, ha rappresentato per secoli l’ispirazione della pratica “jutsu” dei guerrieri giapponesi e la guida al raggiungimento di scopi supremi e remoti. La parola “budo”, infatti, è formata dalla combinazione dell’ideogramma “bu” che identifica la dimensione più specificatamente militare della cultura giapponese, con l’ideogramma “do”, tradotto come via, dottrina, modo di vedere e motivare il comportamento in senso filosofico o religioso.

La radice “bu”, viene usata come prefisso in una serie di parole che riguardano argomenti di natura marziale e letteralmente significa militare ma anche “sedare una sommossa usando un’arma lunga”. Se infatti si analizza il kanji, ovvero il suo ideogramma nella calligrafia giapponese, “bu” viene rappresentato come una lancia accompagnata da altre linee che significano, appunto, sopprimere una rivolta. Questo codice ha rappresentato per secoli il modo di vivere quotidiano della classe militare giapponese, chiamata a imporre l’ordine in virtù di continue insurrezioni che si alternavano a periodi di pace e di sviluppo culturale del paese. E così i “bushi”, appartenenti all’unica classe ben armata del Giappone, furono sia eroi del popolo che strumento dei tiranni.


Non è solo negli aspetti tecnici che i vari sforzi richiesti dalle discipline giapponesi tradizionali convergono. Dall’arte di disporre i fiori alla cerimonia del tè o alla pratica del tiro con l’arco, gli aspetti estetici, la spiritualità e le motivazioni di queste arti apparentemente differenti presentano una meravigliosa somiglianza.

Le origini

Fin dall’antico medioevo giapponese, l’appellativo di bushi significava “elite marziale” o modello marziale. In effetti, essi erano una classe di nobili guerrieri feudali che lasciarono alle generazioni future un degno esempio, che servì da termine di paragone per i combattenti giapponesi nei successivi ottocento anni.

Il Bushido

Il bushi rappresentava qualcosa di più di un guerriero in grado di disporre di metodi di combattimento pratici ed efficienti. Si trattava di abbracciare "vie" o discipline di avanzamento morale, destinate a favorire la formazione di una personalità matura, equilibrata e integrata, di un uomo in pace con se stesso e in armonia con il suo ambiente, tanto sociale quanto naturale. La parola Budo si identifica, quindi, con le motivazioni di natura etica che dovevano regolare la condotta del guerriero giapponese "bu-shi" o del combattente in generale "bu-jin". Il bujutsu viene considerato quale modalità funzionale e strategica del combattimento, ma solo in pochissimi casi certi maestri riuscivano ad armonizzare il loro "jutsu" con l'altissimo "do" o imperativo etico fino al punto di cambiare o trasformare le antiche tecniche delle arti marziali, sottraendole così dalla dimensione specializzata e ristretta dell'esperienza militare e trasformandole in discipline d'illuminazione e di perfezionamento sociale e spirituale. In ogni caso, ancora oggi le molte discipline derivate da quasi tutte le arti marziali del passato, sono alle prese col dilemma che affligge la dottrina del bujutsu, ovvero la perenne contraddizione tra la tecnica "jutsu" e la sua motivazione suprema, il "do".

Le sette regole del Bushido:

• Rettitudine o giustizia “Gi”: una delle cinque grandi virtù dei confuciani.

• Il coraggio, spirito di audacia e di generosità "Yu": il sereno e freddo coraggio è la qualità suprema per un bushi.

• Benevolenza o sensibilità verso il dolore "Jin": sensibilità umana, disposizione d'animo verso la comprensione e l'affetto.

• Cortesia "Rei": etichetta, riti, gentilezza, buona educazione, correttezza. Codice di comportamento rituale: conformando la propria vita ad una rigida etichetta, sostengono i confuciani, l'uomo può elevarsi ad acquisire un animo nobile.

• Veracità e sincerità "Shin" o anche "Makoto": buona fede.

• Onore "Meiyo": senso dell'onore e rispetto del rango cui si appartiene e del proprio valore.

• Dovere di lealtà "Chugi": il codice dell'etica cavalleresca giapponese conosce il valore di devozione e fedeltà verso chi è superiore.

I celebri versi di Motori Norinaga ci suggeriscono l’immagine di Yamato, lo spirito mistico-religioso del patriottismo giapponese, lo Yamatodamashii.

Shikishima no
Yamatogokoro wo
Hito towaba
Asahi ni niou
Yama – zakura bana
Se qualcuno domanda
qual è l’anima dello Yamato
È un fiore di ciliegio
Che profuma il sol levante.

Fonti tratte da:

  • I. Nitore, Bushido, Edizioni Sanno-kai
  • Ratti - Westbrook, I segreti dei Samurai, Edizioni Mediterranee
  • D. Lowry, Lo spirito delle arti marziali, Oscar Mondatori
  • Nella foto del guerriero Ken Watanabe (Katsumoto) nel film “L’ultimo Samurai” - Warner Bros.

L’ARTE DEL KIAI

Il Kiai è un grido pieno di forza ed intenzione a costituire il desiderio di portare a compimento una tecnica marziale. La parola è formata da “ki” , in giapponese mente , volontà, disposizione d’animo e da “ai ”, contrazione del verbo “awaseru ”, che significa unire , congiungere, ovvero una manifestazione dell’energia interna con un suono che crea . A questo scopo si utilizza il grido nella forma esteriore come modo di controllare il ki, come arte di dirigere le energie . Nelle pratiche marziali il kiai è di estrema importanza e questo studio, che raggiunse i livelli massimi nel Giappone Feudale, è ancora oggi impiegato in molte discipline come il karate, il judo e l’aikido.

La parola, Kiai è composta da due ideogrammi:
Ki , raffigura l'energia vitale e universale comune a tutti gli esseri viventi
Ai , rappresenta l'armonia universale
Esprime, anche, un grido che rivela e manifesta quel principio orientale di unità ed armonia presente in ogni cosa. Fisicamente, esso permette di collegare, attraverso la cintura addominale, la forza delle masse muscolari che si trovano nella parte bassa con quelle della parte alta del corpo. Energicamente, rivela le vibrazioni dei Chakra.

Le origini

In Giappone si sa pochissimo dell’arte del kiai, ma sono visibili le eredità lasciate ai maggiori Maestri delle arti marziali che tutt’oggi subordinano i fattori esterni del combattimento, armi e tecniche, a elementi di natura interiore, controllo e potenza. Nello specifico quest’arte era vista come l’impiego della voce umana in combattimento, con il duplice effetto di intimorire il nemico e rafforzare il proprio spirito. La particolarità di quest’arte è, in realtà, la tecnica usata, un vettore di eccezionale impatto emotivo: la voce umana. Kiai era il nome dato generalmente a quello specifico metodo di combattimento basato sull’impiego del grido come arma; con l’andare del tempo gli antichi combattenti giapponesi, i “Bushi”, affinarono questa pratica fino a farla diventare un’arte completa in se stessa. Le origini si identificano strettamente con l’immagine di un uomo posto di fronte a una realtà ostile. Il grido, infatti, rappresenta la reazione primordiale al pericolo e alla richiesta di aiuto ed è in grado di far vacillare un nemico o arrestarne addirittura l’attacco. In Giappone questa tecnica fu perfezionata a tal punto da farne la sola arma usata: il guerriero studiava come sviluppare un urlo che incanalasse in tono, altezza e intensità della voce, tutta la sua energia. Il valore tattico del grido nell’influenzare o determinare il risultato del combattimento venne così inserito come studio approfondito delle segretissime scuole marziali per sfruttarne appieno l’effetto paralizzante.


La pratica

L’arte del kiai occupa una posizione specifica nei metodi disarmati da combattimento e al contempo unica. Una pratica esoterica in cui le tecniche e le strategie sofisticate si riducono all’estensione della potenza pura, immateriale, “che non si vede ad occhio nudo”, ma in grado di sopraffare l’avversario. Il kiai abbraccia i concetti di armonia e di spirito. Ki viene spesso usato nel senso di energia, carattere e perciò come indice della personalità del praticante. Ecco che la pratica di quest’arte si concentra sullo sviluppo di una personalità magnetica in grado, attraverso un altro livello di concentrazione, di evocare, attraverso un grido, forti poteri di suggestione atti a “demolire” psicologicamente un attaccante.

Le tecniche

Attraverso una forte contrazione diaframmatica verso il basso, durante la fase espiratoria, si emette un suono profondo (inizialmente seguendo “alla lettera” il suono K I A I) prodotto esercitando la massima pressione sulla parte addominale, in giapponese “hara” in posizione Kiba Dachi. Si definisce haragei il punto massimo di specializzazione dell’arte dei kiai. La documentazione esistente circa le scuole e le tecniche di addestramento è pressocchè inesistente. Si conoscono alcuni particolari:

  • Unificazione preliminare di energie nell’hara
  • Paralizzare, uccidere o salvare la vita di un altro guerriero con un grido concentrato
  • Kiai come vettore di energia
  • Funzione di rafforzare la regione del tanden , parte dell’addome situata poco sotto l’ombelico, e quindi fattore dello sviluppo del coraggio fisico e del potere di uno spirito forte e determinato.

Nel combattimento, così come nella competizione sportiva, il grido è utilizzato per arrivare al bersaglio e simboleggia un colpo definitivo a cui partecipano corpo, spirito e cuore. Il kiai viene impostato con esercizi e poi coltivato con attenzione finché si incanala spontaneamente nella forma che arricchisce l'azione marziale.

Ki, l’energia che segue il pensiero

Energia vitale universale che impregna ogni forma manifesta, dandole vita, movimento ed essere. Dall’unione del ki e della forma si sviluppa lo spirito marziale.

Fonti tratte da:

  • Michel Coquet “La vera forza delle arti marziali”, Edizioni Amrita
  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai”, Edizioni Mediterranee
  • Tokitsu Kenji “Lo zen e la via del Karate. Per una teoria delle arti marziali”, SugarCo Editore

Nella foto:

Il Maestro di karate Carlo Fugazza impegnato in una dimostrazione. Si ringrazia www.yudanshakai.it

IL NINJUTSU E I GUERRIERI NINJA




Non esiste un termine occidentale che possa descrivere con precisione l’arte del Ninjutsu o i suoi praticanti, i temibili ‘ninja’. Una traduzione di ninjutsupotrebbe essere “l’arte della furtività ” intesa anche come creazione e perpetuazione di un’aura di mistero. I ninja potevano apparire scorretti per le loro attività criminali, eppure il loro modo era solo un mezzo. “Elemento essenziale per un ninja (shinobi) è un cuore puro. Se un ninja persegue un cammino errato ingannando o congiurando, il suo cuore non potrà mai essere puro e le sue opinioni saranno travisate, non permettendo all’azione di seguire il giusto corso. Se una persona usa il ninjutsu solo per proprio tornaconto o per un fine sprezzante, le sue azioni lo tradiranno. Forse ci sarà un successo iniziale, fama o denaro, ma prima o poi cadrà dal suo piedistallo. Il cuore di un ninja è puro e onesto” (tratto dal libro “Bansenshukai”). Il ninja, peraltro, rappresenta ancora oggi un certo ideale di guerriero ombra.

Le origini

Le origini del ninjutsu si fanno risalire attorno al 500-300 a.C. e sono legate agli influssi dellaShina no bummei, la civiltà cinese. Quest’arte si è estesa nei secoli del medioevo giapponese come sottobosco di attività militari vicine allo spionaggio che hanno calato il ninja in ruoli di sabotatore, guerrigliero o agente di polizia segreta. Attività che non furono di appannaggio esclusivo, appartenendo infatti anche ad altre figure militari, anche se il ninja ne rimase il professionista per antonomasia. Se lo spionaggio era così importante, non potevano restarne esclusi i guerrieri giapponesi per eccellenza: i Samurai. Secondo antichi documenti, moltissime scuole di ninjutsu furono fondate da Samurai, come la famosaYoshitsune-ryu, chiamata in onore del leggendario guerriero Minamoto Yoshitsune. Si narra che, infatti, il combattente avesse acquisito le strategie più occulte delle arti marziali dai mitici tengu, demoni delle selve metà uomini e metà corvi istruiti nelle arti marziali.

La pratica

Le funzioni del ninja consistevano nell’infiltrarsi in ambienti ostili, compiere vari tipi di sabotaggio ed assassini e nel fuggire dopo aver compiuto la missione. I ninja erano, quindi, dei sicari, dei briganti che offrivano i loro servigi ai signori dell’era feudale del Giappone. Venivano utilizzati nella rete di spionaggio istituita dallo shogun per controllare la corte imperiale ed i potenti governatori provinciali, ma anche dai mercanti e persino dai monaci combattenti delle montagne. In oltre cinquecento anni si lasciarono alle spalle un primato ininterrotto di intrighi, assassini, sovversioni e disordini.

Le attività strategiche dei ninja si possono dividere in tre principali categorie:

  • Raccolta di informazioni a mezzo dello spionaggio
  • Assassinii, sovversione, annientamento delle difese nemiche
  • Azioni sul campo di battaglia che includevano quasi tutte le forme di operazioni, dallo scontro aperto all’imboscata, come ad esempio: Toiri-no-jutsu, infiltrarsi nei centri e nei castelli nemici Chikairi-no-jutsu, insinuarsi tra le linee nemiche in tempo di guerra dichiarata o di allarme militare.

I ninja erano organizzati in vaste corporazioni che si suddividevano territori e compiti; al loro interno i gruppi erano così composti:

Clan ninjaJonin : il capo, formula i piani, le alleanze e i contratti
Chunin : sottocapi

Genin : agenti, esecutori

Le arti, le tecniche e le armi di ogni famiglia o gruppo venivano tenute rigorosamente segrete e trasmesse di padre in figlio con la massima cura. I libri e i documenti legati all’eredità del ninjutsu erano considerati tesori di famiglia: la loro rivelazione a persone non autorizzate significava la morte.

Le tecniche

I ninja dovevano imparare alla perfezione le tecniche da combattimento per realizzare i loro terribili scopi. Venivano, quindi, addestrati alla conoscenza e all’uso di una serie impressionante di strumenti.

Le armi

  • Bisento , metodi non ortodossi di usare la lancia
  • Spade e lame fissate all’estremità di aste pieghevoli con catene di recupero
  • Lame lanciate a mano, secondo la tecnica del shurikenjutsu
  • Iaijutsu , tecniche per sguainare spade o pugnali con fulminea rapidità
  • Serie di armi specializzate per l’utilizzo dei ninja: cerbottane, coltelli e uncini con le corde, vari arpioni (toniki), tirapungni di bronzo (shuko)
  • Assortimento di lame (shuriken): pugnali, dardi, dischi a stella (shaken)
  • Spade corte (wakizashi)
  • Pugnali (tanto)
  • Coltelli (ko-gatana, kozuka)
  • Catene, corde con un peso roteante ad una estremità e duna lama a doppio taglio dall’altra (kiotetsu-shoge)
  • Bastone di bambù che all’occorrenza sfoderava alle estremità una catena con un peso e un blocco di piombo
  • Armi chimiche come dardi avvelenati, cerbottane lancia-acido, bombe di polvere abbagliante, bombe fumogene

Tecniche senza armi

  • Conoscenza delle arti marziali locali
  • Uso del pollice e delle dita per sferrare colpi mortali ai punti vitali (kyusho)

Strumenti per arrampicarsi

  • Funi con ganci
  • Scale flessibili
  • Scarpe speciali
  • Spuntoni a mano

Metodi di sopravvivenza

  • Tecniche per rimanere a lungo sott’acqua, attraversare fossati, laghi o paludi
  • Tubi per respirare
  • Otri gonfiabili
  • Capacità di saltare grandi altezze
  • Controllo del battito cardiaco per farsi credere morto dal nemico
  • Allenamento all’immobilità per lungo tempo
  • Capacità di mimetizzarsi

Conoscenza della psicologia pratica

  • Impersonificazione di appartenenti ad ogni classe sociale
  • Prestidigitazione
  • Ipnosi (saiminjutsu)

In Giappone i ninja vennero chiamati in diversi modi, i più conosciuti sono

Shinobicolui che agisce di soppiatto per carpire informazioni
Kussaoqualcuno nascosto nell’erba o allenato fin da giovane per essere impiegato al momento opportuno
Kumariaccovacciarsi nascosti per un attacco a sorpresa
Suppacercatore di informazioni, spia
Rappadiffondere notizie false
Tappa otsuppainviato per informare o difendere una base
Denukisostituire un altro per un profitto
Ukamibitoagente all’apparenza amichevole, ma solo per acquisire informazioni

I vari nomi che vennero usati nel corso degli anni non rivelano, comunque, nulla sulla segretezza e sulle tecniche specializzate che portarono il ninjutsu ad essere considerato come “un’arte marziale evoluta”.

Il guerriero Ninja “È una notte d’aprile, tiepida e silenziosa. Tra le case di legno dai tetti spioventi, tra i giardini di incredibile armonia, tra i templi di cento diverse religioni una leggera brezza porta il sottile profumo dei fiori di ciliegio. Le Guardie di Città si sono ritirate nei loro quartieri, hanno deposto i lunghi yari, le acuminate picche sulla cui punta il gancio studiato per appendervi una lanterna che rischiari l’oscurità appare ormai inutile: nessuno si avventura nelle tenebre. Quando cala la notte Kyoto appartiene ai Ninja.” (B. Abietti)

Riferimenti bibliografici:

  • Ratti - Westbrook “I segreti dei Samurai” , Edizioni Mediterranee
  • Sun Tzu "L’arte della guerra” , Edizioni Oscar Mondadori
  • Fujibayashi Tasutake “Bansenshukai”
  • Abietti “Ninjutsu. L’arte dell’invisibilità ”, Edizioni Mediterranee
  • “Piccolo breviario Zen ”, Sonzogno Editore